Psicolife - psicologia e psicoterapia a Firenze

mercoledì, febbraio 17, 2010

Dsl sito: VolontariatOggi.info

Alessandro Haber nel backstage del calendario ATT 2010

FIRENZE. Dal oggi l’associazione Tumori Toscana (ATT) ha raddoppiato il proprio servizio dividendo l’area di Firenze, Prato, Pistoia, e relative province, in due zone di“Assistenza Domiciliare Oncologica”assumendo 2 nuovi medici e prevedendo a giorni di cooptare anche 2 nuovi infermieri.

La reperibilità sarà effettuata, con personale dedicato, distintamente nelle due zone, al fine di rendere il servizio ancora più tempestivo e di migliorare la qualità dell’assistenza ai pazienti.

L’associazione Tumori Toscana è una Onlus che cura a domicilio i malati di tumore di Firenze, Prato, Siena e rispettive province, gratuitamente, grazie ad un èquipe di medici, psicologi, infermieri professionali ed operatori socio sanitari, reperibili 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno.

L’ATT offre inoltre un servizio di consulenza medica specialistica gratuita, supporto psicologico e fornitura domiciliare di farmaci e presidi sanitari, quali letti ospedalieri, materassini antidecubito, carrozzine ed aste per flebo.

La mission dell’Associazione -che cura quotidianamente circa 300 pazienti- è l’ospedalizzazione del malato a domicilio, attraverso un servizio che si differenzia principalmente per la sua qualità, ovvero per l’efficacia e l’efficienza delle prestazioni svolte, nonché per le capacità tecniche e per le doti umane dello staff medico sanitario.

Le attività dell’ATT sono molto onerose (circa 100 mila euro al mese), e per sostenerle l’associazione si avvale unicamente delle donazioni di privati o di aziende, e dei fondi raccolti durante le campagne promozionali organizzate grazie all’aiuto di oltre 100 preziosi volontari.

Fondata nel 1999, l’ATT ha compiuto nel 2009 i suoi primi 10 anni, durante i quali sono stati curati a domicilio quasi 5000 pazienti, con costi che ammontano a più di 5 milioni di euro.

Negli anni le richieste sono cresciute, passando dai 10 pazienti che hanno chiamato l’Associazione nel 1999 agli oltre 800 che si sono rivolti all’ATT nel 2009.

In particolare nel 2009 a Firenze sono stati assistiti 686 pazienti, a Prato 141 e a Siena 44. Un totale di 871 nuove richieste di assistenza solo nel 2009 con costi che si aggirano attorno ai 1,2 milioni di euro.

L’associazione, che è organizzata in modo da non avere liste d’attesa e risponde entro 24 ore a tutte le richieste d’aiuto, può contare oggi su 10 medici, 3 psicologi, 7 infermieri professionali, 5 operatori socio sanitari ed 1 fisiatra. A questi si aggiungono i 9 collaboratori dedicati alla gestione dei prelievi ematici e presidi sanitari, alla raccolta fondi, alla gestione delle segreterie, all’amministrazione, alle relazioni con enti ed istituzioni.

Info.

giovedì, maggio 21, 2009

Cairo: ipnosi, convegno a cura dell'associazione Guido Rossi

Un convegno su "Ipnosi".
Controllo dello stress, del dolore e delle funzioni fisiologiche", è previsto stasera, alle 20,30 a palazzo di Città di Cairo, a cura dell’associazione Guido Rossi. Il convegno, che spazierà anche sull’approfondimento delle varie applicazioni dell’ipnosi anche in ambito extra clinico (personale, sportivo, di studio, lavorativo) sarà tenuta dal dottor Alberto Torelli, ipnologo e ipnoterapista.

L’Associazione Guido Rossi è nata nel 1990a Cairo, per alleviare il dolore nei malati oncologici terminali e nei malati cronici. Svolge la sua attività di assistenza domiciliare in tutta la Valbormida a casa dei malati, che una volta dimessi dagli ospedali si possono trovare in una situazione di grande difficoltà assistenziale, di solitudine e di mancanza di cure adeguate per il mantenimento di una qualità di vita accettabile.

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giovedì, febbraio 12, 2009

Quando il tumore ferisce la femminilità

Molte donne dopo i trattamenti anticancro faticano a recuperare una serena vita sessuale. Ancora troppi i tabù e le disattenzioni dei medici.

Un articolo di Vera Martinella Tratto da: Il corriere della Sera

Riescono a vincere la sfida contro il cancro, ma non sempre a recuperare una vita intima appagante, in parte a causa di problemi fisici legati alle terapie effettuate, ma soprattutto perché soffrono di una certa “ansia da prestazione” e di gravi insicurezze legate alla loro immagine corporea. Questo il quadro che emerge da un recente studio internazionale, pubblicato sulla rivista Cancer, su 860 donne guarite da un tumore della cervice uterina, diagnosticato quando avevano fra i 40 e i 50 anni d’età. Per ritrovare una qualità di vita soddisfacente, secondo i ricercatori, queste donne hanno bisogno di un supporto di lunga durata che le aiuti a superare i problemi psicologici e sessuali legati alla malattia.

ANCORA TABU’ – La diagnosi di tumore porta sempre con sé un forte impatto emotivo iniziale che, nel caso in cui la neoplasia interessi l’apparato genitale, si complica con le preoccupazioni legate alla capacità riproduttiva e sessuale. E le donne, secondo molti specialisti, devono affrontare ancora qualche tabù in più rispetto ai pazienti maschi, come sostiene Chiara Simonelli, docente di psicologia e psicopatologia dello sviluppo sessuale all’università La Sapienza di Roma: «Gli uomini - dice - con sempre maggiore disinvoltura parlano esplicitamente con l’urologo, che spesso dal canto suo anticipa i dubbi e le necessità dei pazienti. Nello stesso tempo, i chirurghi cercano di affinare le tecniche per preservare l’erezione, in caso di interventi alla prostata o alla vescica, ed esistono diversi farmaci per aiutare i pazienti a riprendere una vita sessuale il più possibile regolare. Tutto questo per le donne con un tumore all’apparato genitale, del seno o della vescica non si verifica quasi mai e ancora molto resta da fare a livello di sperimentazione e ricerca. A partire dagli interventi chirurgici “salva-sensibilità” nelle zone riproduttive che sono in effetti piuttosto limitati, mentre qualcosa in più si è stato messo a punto per preservare la fertilità».

I PROBLEMI - L’asportazione completa dell’utero (isterectomia) o della vescica (cistectomia) possono avere come conseguenza problemi dovuti alla lesione di muscoli e nervi durante l’intervento, che alterano le funzioni urinarie e sessuali. In questo caso possono essere d’aiuto integratori alimentari o ginnastiche specifiche per rafforzare la muscolatura perineale (la stessa interessata durante l’orgasmo) e accelerarne la riabilitazione. Una parte consistente dei disturbi sessuali femminili, però, è legata anche alla sfera psicologica e agli effetti collaterali di chemio e radioterapia. «Una diagnosi di tumore va a colpire alla base l’identità sessuale di una donna, mettendo in crisi i suoi cardini fondamentali: maternità, seduttività, eroticità, ruolo sociale - spiega Vieri Boncinelli, presidente del centro studi Disturbi Affettivi e Sessuali (Das) e docente di sessuologia all’università di Pisa. - La chirurgia mammaria o la perdita dei capelli fanno sentire meno capaci di sedurre, mentre gli interventi ginecologici, come la conizzazione o l’isterectomia, colpiscono l’erotismo e le possibilità di riproduzione. Ma su questo fronte i medici possono fare molto, sia informando le donne sulla sessualità e sulle varie possibilità per raggiungere l’orgasmo, sia offrendo un sostegno psicologico per affrontare l’ondata iniziale di sensazioni negative da cui vengono sommerse». Insomma, dato che esiste uno stretto rapporto tra corpo e psiche, il primo passo da compiere è capire in quale misura siano legati all’una e all’altra sfera problemi come perdita del desiderio, frigidità, scarsa lubrificazione, secchezza vaginale o dispareunia (dolore durante il rapporto).

CONSIGLI PRATICI - E’ necessario sgombrare il campo da “falsi pudori”. Molte donne, infatti, possono sentirsi a disagio e persino vergognarsi di pensare al sesso in un momento in cui ci si dovrebbe preoccupare solo della salute. Ma la sessualità è un aspetto importante della qualità della vita di una persona, segno di vitalità e fonte di benessere fisico e psichico. Per questo il primo passo per il recupero di un’esistenza sana e felice è parlare con il proprio ginecologo, con un sessuologo o uno psicologo (che, nei centri specializzati, già affiancano chirurghi e oncologi per affrontare la malattia in modo integrato, con un lavoro d’équipe). Perché i rimedi esistono e sono molti, come ricorda Boncinelli: «Possono aiutare ovuli, pomate, cerotti a rilascio di estrogeni per stimolare il desiderio, antidolorifici, creme lubrificanti, dosaggi minimi di antidepressivi. E l’attività sportiva contribuisce a scaricare meglio le tensioni fisiche negative e riacquistare un buon rapporto col proprio corpo». Contemporaneamente è bene, fin dal momento della diagnosi, comunicare i propri stati d’animo al partner. Rabbia, paura, ansia, depressione, insicurezza si affrontano meglio se vengono condivise. «Noi donne – dice Simonelli - viviamo il rapporto col nostro corpo in uno stato d’insicurezza. Non ci sentiamo mai del tutto a posto, mai davvero belle. Comprensibilmente l’incertezza si accentua se, a causa di un tumore, si entra in menopausa anticipata (con tutti i relativi disturbi) in seguito alle terapie ormonali, si subiscono mutazioni fisiche al seno o ai genitali conseguenti all’operazione. E’ frequente che insorga il timore che il partner ci tradisca, che resti con noi per “senso del dovere” o compassione, o ancora che ci si senta in colpa perchè non lo si rende felice».

IL PARTNER - Se da un lato esistono casi in cui “la coppia scoppia” (è raro che sia il tumore la vera causa della rottura, piuttosto l’ingresso sulla scena di una malattia grave svela una crisi preesistente e porta alla luce il fatto reale che la relazione è finita), dall’altro ci sono pazienti che raccontano come, superata la difficoltà iniziale, l’intesa con il partner sia addirittura più intensa. Ma in pratica, mariti e fidanzati cosa possono fare? Le loro compagne, spiegano i sessuologi, hanno bisogno di sentirsi rassicurate sul fatto che sono amate e desiderate come prima della malattia. Fino a quando non sono in grado di accettare sé stesse e i cambiamenti nel loro corpo può essere difficile recuperare una vita sessuale soddisfacente, ma tenerezze e attenzioni – insieme al dialogo - contribuiscono ad arginare stress, timori e stanchezza fisica causati dalle cure.
Tornare a star bene come prima si può. Anzi, la malattia potrebbe rappresentare un’occasione per migliorare la propria esistenza e quella coppia, apprezzando di più le piccole cose quotidiane, dando un maggiore valore al tempo e alle persone, vivendo più intensamente.

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domenica, ottobre 05, 2008

Tumore al polmone: l'80% dei malati chiede aiuto psicologico

Tratto da : Sanihelp.it
Annotate le vostre emozioni in un diario. Non pretendete di offrire sempre risposte. Non temete di chiedere al medico informazioni, fino a quando non è tutto chiaro. Il dolore può essere calmato, non sforzatevi di sopportarlo. Il dialogo è fondamentale: cercate un posto tranquillo per non essere disturbati. Sono questi alcuni dei consigli pratici che compongono il decalogo che oncologi e psiconcologi propongono ai pazienti di tumore al polmone(32 mila nuovi casi in Italia nel 2008) e ai loro familiari.

La SIPO (Società Italiana di Psiconcologia) e la Fondazione Aiom aderiscono al progetto Inspire, per offrire un supporto a chi affronta questa neoplasia e migliorare la qualità di vita del malato e di chi lo assiste. Hanno quindi realizzato due guide per sensibilizzare le persone sulle conseguenze emozionali del cancro, fornire informazioni pratiche, consigli su come gestire le situazioni di crisi e suggerimenti per facilitare la relazione.

Il progetto Inspire - un’iniziativa internazionale promossa da IPOS (International Psycho –Oncology Society) con il sostegno di Roche – ha inoltre condotto anche un’indagine europea sui bisogni dei malati: nel nostro Paese il 32% di questi ritiene di non ottenere un sufficiente supporto emotivo, l’80% gradirebbe riceverne di più, solo il 52% conosce l’esistenza di associazioni di pazienti e soltanto l’8% dispone di opuscoli dedicati.
Per cercare di rispondere a questa esigenza dal 2003 è stato attivato il numero verde dell' oncologia, un servizio di counselling psicononcologico e orientamento, attivo i giorni feriali dalle 14 alle 17, che fino a oggi ha registrato oltre 45.000 telefonate (45/55 al giorno) di cui oltre 15.000 relative al tumore del polmone.

Il tumore del polmone è una neoplasia che forse più di altre crea difficoltà emotive: la causa principale è infatti il fumo (87% dei casi) e questa consapevolezza può determinare nei malati senso di colpa e di impotenza per non aver saputo o potuto smettere.
Ma non è mai troppo tardi: se un tabagista cessa di fumare, il rischio di sviluppare la malattia si riduce progressivamente e dopo 10-15 anni le possibilità che si ammali sono identiche a quelle di una persona che non ha mai fumato.

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martedì, settembre 02, 2008

Tumori: Cure Alternative Per 50% Malati

Roma, 4 ago. (Adnkronos Salute) - Preghiera, tecniche di rilassamento, meditazione, massaggi e uso di integratori alimentari. Sono alcune delle terapie alternative scelte negli Stati Uniti dalla metà dei malati di cancro. E l'identikit di chi opta per questi metodi stupisce: non si tratta di appartenenti a minoranze etniche e religiose, ma di donne bianche con alto reddito e ottima educazione, che soffrono in particolare di tumore al seno o all'ovaio. Lo dimostra uno studio dell'American Cancer Society, pubblicato sulla rivista 'Cancer'.

Gli esperti hanno passato in rassegna i dati di oltre 4 mila persone sopravvissute a tumori di dieci tipi diversi, che hanno partecipato all'American Cancer Society's Study for Cancer Survivors-1, portato avanti a 10-24 mesi di distanza dalla diagnosi di malattia. Ai pazienti è stato chiesto se utilizzassero una qualche forma di terapia alternativa all'interno di una lista di 15 metodiche diverse. La più frequentemente utilizzata è risultata la preghiera (61%), seguita dal rilassamento (44%), dalla meditazione (15%), dai massaggi (11%) e dall'uso di integratori alimentari (40%). Meno successo per l'agopuntura (1%) e l'ipnosi (0,4%). Entrando nel dettaglio, i pazienti meno inclini all'impiego di tecniche alternative di sostegno sono quelli colpiti da melanoma o carcinoma renale, mentre quelli che più tendono a queste scelte sono i malati al seno o all'ovaio, dunque di sesso femminile.

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martedì, giugno 24, 2008

Assistenza Psicologica in Oncologia e Ginecologia

Tigullio Arriva l'assistenza psicologica in oncologia e ginecologia Sanità Attivo dal primo aprile, il servizio è garantito per un anno grazie alla borsa di studio del Fondo Chiara Rama, ma potrebbe entrare definitivamente a regime.

La Asl 4 chiavarese ha attivato dal primo aprile un nuovo servizio di assistenza e formazione di tipo psicologico. La formazione è rivolta al personale dell'azienda sanitaria, mentre l'attività di sostegno è per pazienti e familiari che stiano vivendo l'elaborazione di un lutto: in oncologia, così come in ginecologia, dove si verificano i casi di aborto, volontario, spontaneo o terapeutico. Responsabile del servizio è la psicologa Elena Colombo. Il sostegno e la formazione di tipo psicologico sono stati introdotti grazie ad una borsa di studio assegnata dal fondo Chiara Rama, intitolato ad una giovane donna del Tigullio scomparsa a 31 anni a causa di un tumore (il fondo può essere sostenuto con erogazioni private, 5 per mille e sponsorizzazioni di aziende: i dettagli sul sito www.fondochiararama.net). Dopo il primo anno, garantito dalla borsa di studio del fondo Chiara Rama, il servizio potrebbe diventare stabile, all'interno di quelli offerti dalla Asl 4: è questo l'intendimento, secondo quanto garantito dal direttore generale, Paolo Cavagnaro.

Redazione Radio Aldebaran - www.radioaldebaran.it

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martedì, febbraio 12, 2008

Psiconcologia: Un Articolo sull'Agenda della Salute

Copertina Agenda Della SalutePsicolife sull'Agenda della Salute

Questo mese sull'Agenda della Salute trovate un articolo del Dr. Massimiliano Zisa sull'argomento Psiconcologia.

L'articolo riassume in breve l'apporto della psicologia sia nel sostegno alle famiglie, nel paziente oncologico e nella gestione del dolore oncologico con tecniche ipnotiche.

Potete trovare l'articolo direttamente nella sezione del sito Psicolife.com alla voce Informazione Scientifica : Articoli

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mercoledì, novembre 14, 2007

Terapie Psicologiche in Oncologia

La neonascente Psiconcologia
Dalla ricerca di:
Dott.ssa Lucia Toscano
Psicologo Psicoterapeuta Dirigente. Presidio Ospedaliero "San Luigi - Santi Currò"
Azienda Ospedaliera di rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione
Ospedali: Garibaldi - San Luigi Santi Currò - Ascoli Tomaselli. CATANIA

Lo scopo della terapia psicologica in oncologia è quello di contemperare qualità e quantità di vita del malato, valutandone le possibilità di adattamento, attraverso l'individuazione dei bisogni che investono prevalentemente la sfera psichica; per conseguire tale scopo occorre analizzare gli aspetti propri della personalità del paziente, in riferimento allo specifico momento del suo quadro clinico.

Una terapia psicologica inizia, quindi, con l'esame oggettivo dello status clinico (terapia chirurgica, medica o radioterapia, fase della malattia, fallow-up, eventuali recidive). Ciò consentirà di cogliere meglio il momento dell'insorgenza della crisi dell'ammalato e di comprenderne le motivazioni.

Per lo più, la crisi deriva dalla percezione del cambiamento della relazione con il proprio corpo, con il proprio io, con la propria famiglia o con il proprio ambiente di lavoro o sociale: una presa di coscienza della propria vulnerabilità che lo segnerà per sempre, sia nel modo di intendere la vita che nell'attribuzione di nuovi significati ad antichi valori.

In una ricerca svolta presso il Dipartimento Oncologico "San Luigi - Santi Currò" di Catania, su un campione di circa 200 pazienti*, è emerso che le più frequenti manifestazioni della crisi del malato oncologico sono il rifiuto, la depressione o l'ansia.

Il rifiuto, ovvero la negazione della propria malattia, se per un verso ha un'incidenza minore sugli aspetti psicologici dell'ammalato, di converso rappresenta un grave ostacolo a quella compliance indispensabile nella fase terapeutica.

La depressione, di converso, spesso assume le connotazioni della rassegnazione, la perdita di motivazioni e di emozioni tale da indurre il paziente a un declino psicofisico irreversibile, con effetti devastanti sia su un piano terapeutico che relazionale.

L'ansia, invece, si manifesta come paura della solitudine, della perdita delle capacità fisiche, delle menomazioni o mutilazioni, delle capacità e possibilità affettive, della propria morte. Lo scontro tra queste fobie e la speranza di una più o meno probabile guarigione, implicano una voglia di vivere che si incunea nella sua sofferenza e che fornisce al terapeuta la possibilità di fare perno sulla stessa per scuotere il malato, facendogli ricostituire un equilibrio che gli permetta di affrontare in modo nuovo la sua condizione.

Esaminato il quadro clinico, lo psicoterapeuta deve valutare tutte le componenti utili ad avere una visione completa del paziente. Dovrà quindi individuare il profilo della personalità del soggetto, con particolare attenzione alle componenti dominanti, quali la passività o la reattività, per passare dopo al rapporto vero e proprio con la malattia. E' in questa fase che occorre individuare i bisogni (per ragioni di sintesi si fa riferimento solo ai bisogni psicologici) del paziente, che sono spesso di natura terapeutica -ovvero dipendenti dagli interventi clinici e chirurgici- e assistenziale.

Ed ecco perché la psicoterapia oncologica o, come si tende ormai a definirla, la psiconcologia è volta al coordinamento delle figure professionali e relazionali che ruotano attorno al malato di cancro.

Il bisogno primario del malato oncologico è la unicità della cura e dell'assistenza; il frazionamento delle competenze professionali ha in passato impedito il consolidamento di una cultura che ponesse al centro dell'attenzione il soggetto ammalato, rispetto alla malattia. La svolta si fa faticosamente strada, ma dovrà necessariamente imporsi, se l'obiettivo è quello di migliorare concretamente la q.d.v. del malato.

Per chiarire meglio il concetto, basti soffermarsi sulla utilità della comunicazione e di una relazione franca e leale tra il medico e il paziente: tutti gli studi concordano nel ritenere (attraverso verifiche svolte) che una buona relazione riduce sicuramente la depressione nel malato. Rilevando l'importanza della comunicazione, la Divisione di Oncologia Medica dell' A.O. di Parma ha in corso un monitoraggio, su tutto il territorio nazionale, delle attitudini di oncologi e altri operatori professionali verso queste tematiche, e ha predisposto corsi di addestramento con lo scopo di fornire un modello efficace di informazione e supporto ai malati oncologici e ai loro familiari.

A proposito dei familiari, la terapia psicologica va rivolta anche a costoro, sia per favorire il loro adattamento alla malattia del congiunto, sia per quest'ultimo al fine di fargli percepire la presenza e l'affetto partecipe dei suoi cari. Occorre rilevare, infatti, che la paura della solitudine e l'ansia dell'abbandono sono componenti molto frequenti nel malato di cancro.

Le problematiche, finora accennate, non possono rappresentare nell'interezza e nella complessità delle tematiche connesse tutti gli aspetti della psicoterapia oncologica, né è possibile individuare regole generali universalmente valide perché ogni ammalato ha una storia e un vissuto personale unico e irripetibile, quand'anche limitato alla storia e al vissuto della malattia.

Ma è certamente possibile enunciare un principio sicuramente valido: un operatore, medico o sanitario, nell'approccio con il paziente oncologico, deve essere necessariamente in grado di capire l'ammalato, di comprenderne i bisogni e soddisfare quelli che rientrano nelle proprie competenze e possibilità, attivando un intervento che si inserisca, uniformandovisi, in quel lavoro di équipe multidisciplinare che appare, almeno allo stato attuale, il più efficace da un'ottica psicoterapeutica.

* Il campione è rappresentato da 201 pazienti sottoposti a psicoterapia, dei quali 62 in reparto chirurgico, 65 in reparto medico, 71 in day hospital e 13 in ambulatorio. La metà del campione è di sesso maschile e l'altra metà (per l'esattezza 101) di sesso femminile. L'età è compresa tra i 21 e gli 80 anni, con prevalenza (il 75%) tra i 40 e 65 anni di età. Il gruppo di confronto, che non aveva subito interventi psicoterapeutici, è, invece, rappresentato da 100 pazienti con analoghe caratteristiche di sesso, di età e patologiche. La ricerca tendeva ad accertare gli aspetti psicologicamente rilevanti e i bisogni del malato oncologico, con l'obiettivo di cogliere eventuali differenze tra i primi ed il gruppo di controllo. I risultati, in corso di elaborazione statistica, relativi all'ansia e alla depressione, mostrano una riduzione dell'una e soprattutto dell'altra nei pazienti in trattamento psicoterapeutico, in modo inversamente proporzionale alla fase di avanzamento della malattia.

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mercoledì, ottobre 17, 2007

Ipnosi, un’alleata contro il dolore

I dati di uno studio pubblicato dal Journal of the National Cancer
Tratto dal: Il Corriere un articolo di:Vera Martinella

Permette di alleviare l’ansia e ridurre gli analgesici, in alcune terapie oncologiche. Diversi ospedali italiani la utilizzano.

MILANO – Non solo farmaci per contrastare la sofferenza durante e dopo un’operazione chirurgica. Secondo uno studio americano recentemente pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, una breve seduta di ipnosi prima di un intervento allevia l’ansia e il dolore, permettendo di somministrare una minor quantità di analgesici e traducendosi in un’esperienza meno traumatica per le pazienti e meno costosa per l’ospedale. Precedenti ricerche avevano già suggerito che l’ipnosi potesse contribuire ad alleviare problemi di varia natura, aiutando le pazienti a rimettersi più in fretta e, quindi, accorciandone la degenza ospedaliera. Quest’ultimo studio, condotto dai ricercatori della Mount Sinai School of Medicine di New York, ha verificato l’efficacia della tecnica su cento donne che dovevano sottoporsi ad una biopsia chirurgica o all’asportazione di un nodulo al seno e che, prima della procedura, sono state coinvolte in una seduta d’ipnosi: 15 minuti durante i quali le pazienti sono state indotte ad uno stato di relax e sensazioni piacevoli e hanno ricevuto suggerimenti su come ridurre la percezione di dolore, nausea e affaticamento. Altre cento pazienti, invece, si sono limitate ad un breve dialogo con uno psicologo. I risultati, secondo i ricercatori, sono stati chiaramente migliori nel gruppo-ipnosi, per il quale è bastata un’anestesia più leggera e una quantità di sedativi ridotta. Inoltre, le partecipanti hanno riferito meno disturbi emotivi e minori effetti collaterali dopo l’intervento. Secondo gli autori, l’ipnosi ha permesso di risparmiare circa 773 dollari (oltre 540 euro) a paziente.Ma quale “magia” si nasconde dietro a questi meccanismi? Niente sguardi magnetici o potenzialità irrealistiche, tengono a precisare gli esperti. «Tramite l’ipnosi si può accompagnare virtualmente il malato in una condizione di benessere, stimolandolo ad evocare situazioni piacevoli, in modo tale che, dopo l’intervento o anche al risveglio, quando è necessaria un’anestesia generale, la sua percezione del dolore sia minore» risponde Luisa Merati, responsabile del Centro Medicina Psicosomatica presso l’ospedale San Carlo di Milano, che organizza sedute ipnotiche, individuali o di gruppo, con pazienti oncologici (le prestazioni sono rimborsate dal servizio sanitario nazionale e, in ogni caso, i malati di cancro sono esenti dal ticket). «Allo stesso modo – prosegue - è possibile aiutare il paziente a combattere gli eventuali sintomi fastidiosi sia dell’operazione che della chemioterapia. O, ancora, tramite tecniche di rilassamento si può offrire un sostegno psicologico “potenziato”, per superare i momenti difficili della malattia, inducendo calma e ottimismo per contrastare ansia e paura». Una soluzione altrettanto efficace può essere quella di insegnare ai malati a praticare l’auto-ipnosi (una tecnica simile al training autogeno e alle tecniche di meditazione), grazie alla quale i pazienti dovrebbero riuscire a scivolare in uno stato di benessere quando ne hanno bisogno, in day hospital per le sedute di chemioterapia o quando serve un aiuto a casa contro stanchezza cronica, nausea, debolezza.Le potenzialità dell’ipnosi sono già applicate in altri ambiti (per smettere di fumare, perdere peso o contro alcuni disturbi della psiche) e, gradualmente, vengono riconosciute anche in Italia come valide terapie complementari, utili se affiancate ad interventi di altro tipo. A utilizzare questa tecnica sui pazienti oncologici, infatti, sono già diverse strutture, fra cui l’Istituto Nazionale Tumori e l’ospedale San Raffaele di Milano, l’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, l’ospedale Umberto I di Lugo di Romagna (Ravenna), l’azienda ospedaliera Molinette di Torino e gli ospedali di Legnago (Verona), Garbagnate (Varese) e Varese. «Al pari di agopuntura e massaggi, le tecniche ipnotiche sono mezzi utili ed efficaci contro il dolore e gli effetti indesiderati delle terapie - commenta Furio Zucco, presidente della Società Italiana di Cure Palliative. - Ma credo che in Italia ci si debba prima occupare dell’abc delle cure analgesiche, per le quali c’è ancora molto da fare: serve, prima di tutto, la prescrizione dei farmaci oppiodi con il ricettario del Servizio Sanitario Nazionale, mentre oggi si usa ancora un ricettario speciale che molti medici di famiglia neppure vanno a ritirare. E bisogna incoraggiare l’immissione sul mercato dei derivati della cannabis, recentemente approvati con un decreto ministeriale». www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

giovedì, ottobre 11, 2007

Cause di cancro nel mondo

valutazione comparativa del rischio associato a nove fattori di rischio comportamentali e ambientali

di Goodarz Danaei, Stephen Vander Hoorn, Alan D Lopez, Christopher JL Murray, Majid Ezzati, e il Comparative Risk Assessment Collaborating Group (Cancers)

Premesse

I progressi nel trattamento del cancro non sono stati efficaci,in termini di riduzione della mortalità,quanto quelli conseguiti per altre malattie croniche; solo per pochi tipi di cancro si dispone di metodi di screening efficaci. La prevenzione primaria attraverso interventi sullo stile di vita e ambientali resta lo strumento principale per ridurre l' impatto sociale del cancro. In questo rapporto viene stimata la mortalità attribuibile a nove fattori di rischio per 12 tipi di cancro,in sette regioni appartenenti alla Banca Mondiale, per l 'anno 2001.
Metodi

Sono stati analizzati i dati del progetto Comparative Risk Assessment e i dati provenienti da nuove fonti al fine di valutare l'esposizione ai fattori di rischio e il rischio relativo in funzione di età, sesso e regione geografica. Utilizzando i dati dell'OMS, sono state applicate le frazioni attribuibili di popolazione (N.d.R.che esprimono di quanto l' eliminazione di alcuni fattori abbasserebbe la mortalità per cancro), per fattori di rischio singoli e multipli, alla mortalità per cancro sede-specifico.

Risultati

Dei 7 milioni di morti per cancro registrate a livello mondiale nel 2001, si stima che 2,43 milioni (35%) fossero attribuibili a nove fattori di rischio potenzialmente modificabili. Di queste morti, 0,76 milioni si sono verificate in Paesi ad alto reddito e 1,67 milioni in nazioni a reddito medio-basso. Tra le regioni a reddito medio-basso, Europa e Asia Centrale facevano registrare la più alta percentuale (39%) di morti per cancro attribuibili ai fattori di rischio esaminati. Delle morti attribuibili a questi fattori di rischio, 1,6 milioni hanno colpito gli uomini e 0,83 milioni le donne. Fumo, assunzione di alcolici e scarso consumo di frutta e verdura erano i principali fattori di rischio di morte per cancro, a livello mondiale e nei Paesi a reddito medio-basso. Nei Paesi ad alto reddito, le più importanti cause di cancro erano fumo, assunzione di alcolici e sovrappeso/obesità. Nei Paesi a reddito medio-basso, la trasmissione sessuale del papillomavirus umano è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di cancro della cervice uterina.

Interpretazione

La riduzione dell'esposizione a fattori di rischio cruciali comportamentali e ambientali preverrebbe una considerevole percentuale di morti per cancro.

Note sugli autori:

Lancet 2005; 366 :1784-93
Harvard School of Public Health,
Boston, MA, USA, and
Initiative for Global Health, Harvard University,
Cambridge, MA, USA
(G Danaei MD,M Ezzati PhD, Prof CJL Murray MD);
Clinical Trials Research Unit (CTRU),
University of Auckland, Auckland,New Zealand
(S Vander Hoorn MSc);e
School of Population Health,
University of Queensland, Brisbane, Australia
(Prof AD Lopez PhD)
Indirizzo per la corrispondenza:
Dr Majid Ezzati,
Department of Population and International Health,
Harvard School of Public Health,
665 Huntington Avenue, Boston, MA 02115, USA
mezzati@hsph.harvard.edu

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lunedì, agosto 13, 2007

Ricercatori britannici: anche l'ipnosi contro il dolore

Scritto da Donatella Barus (Corriere della Sera)

MILANO - Non solo suggestione "stregonesca", ma terapia psicologica che in alcuni casi risulta efficace: l'ipnosi - secondo un gruppo di ricercatori britannici - può aiutare i malati di cancro a vivere meglio, alleviando il dolore e limitando gli effetti collaterali dei trattamenti antitumorali. L'ipnosi è un particolare stato di coscienza (o di sonno) che può essere indotto con varie tecniche (a volte anche solo con l'uso delle parole) in persone predisposte. Le tecniche ipnotiche, aggiungono gli studiosi britannici, appaiono una risorsa promettente, anche se ancora poco esplorata. A dispetto dello scetticismo che accompagna una pratica spesso mistificata, infatti, le applicazioni terapeutiche dell'ipnosi sono già note, per chi, ad esempio, vuole smettere di fumare, perdere peso o gestire disturbi psichici.

In occasione del recente incontro annuale della British Association for the Advancement of Science, la dottoressa Christina Liossi, psicologa dell'università del Galles, ha riferito dei risultati ottenuti contro depressione, nausea, vomito e dolore nei pazienti oncologici sottoposti ad ipnosi. "Sappiamo che l'ipnosi è in grado di agire sul sistema immunitario" - afferma la Liossi sul sito dell'American Society of Clinical Oncology, che ha anche illustrato i dati di uno studio mirato su bambini dai 6 ai 16 anni, affetti da tumore. Ai piccoli pazienti (80 in tutto) sono stati somministrati analgesici locali, e metà dei piccoli pazienti è stata inoltre sottoposta a ipnosi. Quando è stato chiesto ai bambini di indicare l'intensità del dolore provato durante le procedure mediche, secondo una determinata scala di percezione, il gruppo che aveva sperimentato l'ipnosi ha dichiarato una sofferenza minore.

Ma anche le cosiddette tecniche di "brain imaging", o neuroimmagini, ovvero quelle che consentono di visualizzare una parte delle attività cerebrali, contribuiscono a comprendere meglio il fenomeno. E soprattutto a dimostrare che dietro gli effetti dell'ipnosi c'è ben poca magia, ma piuttosto meccanismi biologici complessi e scientificamente "misurabili".

Il professor John Gruzelier, dell'Imperial College di Londra, ha "fotografato" il cervello di persone prima e durante una seduta di ipnosi grazie alla risonanza magnetica funzionale: è emerso che sotto ipnosi, nelle persone più "sensibili", avvengono dei mutamenti significativi a livello della corteccia frontale sinistra (quell'area dell'encefalo coinvolta nei processi cognitivi più complessi e nel comportamento) e della regione chiamata "giro cingolato", connessa con la valutazione delle reazioni emotive.

Insomma, il cervello lavora in maniera differente. Ecco perché, ha spiegato Gruzelier, un soggetto ipnotizzato può compiere azioni che in stato di veglia cosciente sarebbero impensabili.

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martedì, giugno 05, 2007

Gli scienziati dell’istituto di ricerca dei tumori di Cambridge hanno scoperto quattro geni responsabili dello sviluppo del cancro al seno.

Questo grazie ad una nuova tecnica computerizzata, in grado di fornire dei risultati nel giro di poche ore, che funziona confrontando le differenze tra il genoma di volontarie sane e quello di donne affette da tumore al seno.

BRCA1, BRCA2, TP53 e PTENS sono i nomi dei nuovi geni scoperti ma secondo gli esperti la malattia è frutto dell’espressione di centinaia di geni diversi.

Ma gli scienziati rassicurano che grazie a questa nuova tecnologia entro pochi mesi sarà possibile individuare tutti i geni coinvolti nello sviluppo del cancro alla mammella, con una prospettiva futura di poter effettuare delle diagnosi precoci grazie a delle semplici analisi del sangue.

“Tra pochi anni - spiega Karol Sikora, professore alla Imperial College School of Medicine di Londra - saremo in grado di distinguere le donne con un elevato rischio di contrarre il tumore al seno da quelle con medio o basso rischio”.

Lo studio è pubblicato sulla rivista scientifica Nature.

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venerdì, aprile 27, 2007

I bisogni psicologici delle donne con tumore mammario : un modello di rilevamento e di intervento

Abstract

*Nadalini L., **Lorenzini M., *Trabucco G., **Pasqualini M., **Barisoni D., *Ferrari G.

ISTITUTO * Psicologia Clinica Ospedaliera - Divisione di Neurologia (Primario : Prof. Ferrari)
** I^ Divisione di Chirurgia Plastica - Centro Ustioni (Primario : Prof. Barisoni)

Premessa
La ricostruzione mammaria, fatta contestualmente alla demolizione, rappresenta una ãcucitura precoceä ad uno strappo profondo che intacca lâintegrità psico-fisica delle donne, la loro sicurezza femminile, sessuale e la fiducia verso il futuro. Nella donna rimane un senso di angoscia e di perdita oltre il tempo materiale che serve per la ricostruzione morfologica. Se da una parte, la ricostruzione, ha lâeffetto di cicatrice sullo strappo psicologico, dallâaltra mantiene viva la paura del tumore, innestata dalla diagnosi, anche attraverso le sensazioni fisiche che lâespansione e dilazione dei tessuti provoca . Peraltro, questa dialettica emotiva si sviluppa in un periodo che coincide con le cure oncologiche necessarie. Allâosservazione, un momento particolarmente difficile sembra quello della seconda fase dellâiter ricostruttivo (sostituzione dellâespansore con la protesi definitiva).
Pazienti
Lâosservazione è stata fatta su 80 donne, selezionate in modo seriale tra quelle afferenti alla I^ Divisione di Chirurgia Plastica, nel triennio 98-2000. Il campione a cui si riferisce la valutazione è di 50 donne ; dal gruppo sono state escluse le donne i cui dati erano incompleti.
Obiettivi
· Predisporre strumenti standardizzati per rilevare lo stato psicologico durante la prima e seconda fase ricostruttiva ;
· Verificare se la seconda fase (sostituzione espansore con protesi definitiva) sia effettivamente un momento difficile, quasi più dellâinizio della ricostruzione, così come emerge dai colloqui e dallâosservazione ;
· Valutare se ci sia una correlazione tra lo stato emotivo delle donne e il rifiuto di completare la ricostruzione o il gradimento della stessa ;
· offrire un sostegno psicologico di gruppo, con cadenza settimanale ;
· Verificare la percentuale di rischio di sequele psicopatologiche, attraverso follow-up, dopo un anno dalla fine della ricostruzione ;
· Confrontare il rischio di sequele psicopatologiche tra le donne che hanno usufruito di sostegno psicologico e non ;
· Confermare o modificare il protocollo dâintervento psicologico da noi predisposto, integrato con quello medico-specialistico.
Strumenti e metodi
Test standardizzati che valutano lâansia, il tono dellâumore e la qualità di vita ;
Colloquio clinico-anamnestico ;
Sostegno psicologico di gruppo ;
Presenza presso lâambulatorio ricostruttivo-chirurgico.
Conclusioni
Si riportano i dati preliminari della ricerca; ossia i dati basali risultati dalle valutazioni del livello dâansia, di depressione della percezione della qualità di vita del campione di donne. Una parte dei dati è relativa allâinizio della ricostruzione e lâaltra alla seconda fase. Essi confermano lâipotesi clinica e consentono di effettuare importanti considerazioni psicologiche, relazionali e terapeutiche.
I dati preliminari sono di tale interesse che ci sembra necessario estendere il rilevamento dei bisogni psicologici delle pazienti, ad altri Centri.

Indirizzo postale del primo Autore : Dott.ssa Luisa Nadalini, Modulo di Psicologia Clinica - Divisione di Neurologia.Piazzale Stefani, 1. O.C.M. - Az. Ospedaliera - 37126 Verona. Tel. 045- 8073268 (diretto), 045 -8073412 (segr.e fax).

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venerdì, marzo 30, 2007

L’IPNOSI NEI PAZIENTI AFFETTI DA CANCRO

I pazienti affetti da cancro hanno una serie di necessità psicologiche e mediche che possono essere controllate per mezzo dell’ipnosi.Il cancro e le malattie croniche hanno certamente un impatto negativo sull’autostima e sulla fiducia in se stessi.

Perciò tutte le tecniche di rinforzo dell’io possono essere d’aiuto in questi pazienti. Inoltre l’uso dell’autoipnosi per controllare i sintomi da’ al paziente un senso di padronanza e di controllo, e vissuti di speranza. Il dolore è il sintomo principale per alcuni pazienti e vi sono tecniche ipnotiche per controllare il dolore; anche sintomi collaterali come la nausea, il vomito, la diarrea, la perdita di appetito possono essere affrontate con successo per mezzo dell’ipnosi.

L’ansia e la paura sono aspetti molto importanti in questi pazienti:indurre sentimenti di calma e tranquillità permette al sistema immunitario di funzionare al massimo grado,aiutando la lotta contro il cancro: l’autoipnosi e l’ipnosi meditativa profonda o il metodo dell’ipnosi prolungata sono dei validi strumenti terapeutici.

Benché in questo campo i risultati siano a livello aneddotico e limitati nel numero, alcuni riportano risultati positivi con l’uso di tecniche di visualizzazione che stimolano la funzione del sistema immunitario (Rossi 1986, Simonton 1978).

Riassumendo l’ipnosi agisce:

• sul dolore;

• sui sintomi collaterali prodotti dalla chemioterapia;

• sull’ansia;

• sul sistema immunitario.

Con le seguenti tecniche:

• autoipnosi;

• ipnosi meditativa;

• ipnosi ad effetto prolungato;

• tecniche di visualizzazione.

In risposta alla necessità di certi pazienti e delle loro famiglia è stata sviluppata una tecnica utile per coloro che devono affrontare la morte imminente e per coloro che manifestamo grande ansietà riguardo alla morte. Questa tecnica è stata trovata efficace nel correggere l’ansia e nel correggere aspettative errate riguardo all’esperienza della morte e degli effetti della morte sui pazienti e sulla loro famiglia.

Questa tecnica, chiamata “Death rehearsal” varia naturalmente a seconda dei casi ma essenzialmente rappresenta una proiezione del paziente nel futuro con il terapeuta che interagisce coinvolto nella scena visualizzata dal paziente.

Mentre le tecniche ipnotiche usate in prossimità della morte tendono a recare conforto, sicurezza, serena accettazione, diverso è invece lo scopo delle tecniche immaginative praticate per “stimolare”il sistema immunitario: queste tecniche, praticate peraltro in uno stadio molto precoce della malattia, tendono invece a modificare l’atteggiamento di passività insistendo sulla visualizzazione metaforica di difese naturali aggressive, efficaci, potenti.

Senza attribuire all’ipnosi possibilità irrealistiche in questo campo, dobbiamo tuttavia realisticamente ammettere che l’ipnosi è un utilissimo strumento per aumentare la fiducia in se stesso del paziente, aiutarlo ad affrontare e lottare contro la malattia, farlo sentire supportato continuamente – non ultimo, importante è l’effetto dell’ipnosi di sollievo vero eventuali effetti collaterali della necessaria terapia.

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lunedì, marzo 05, 2007

Il Meyer, Ospedale Pediatrico di Firenze presenta la Risonanza Magnetica 3 Tesla

Sarà il primo Ospedale Pediatrico in Italia ad utilizzare un’apparecchiatura di Risonanza Magnetica ad alto campo 3 Tesla. Grazie alla donazione di Giuseppe Lavazza, componente del Consiglio d’Amministrazione Lavazza e della Fondazione Gianfranco Rey, il Nuovo Meyer di Villa Ognissanti si è dotato di una avanzatissima tecnologia di Diagnostica per Immagini. Alta definizione, migliore capacità diagnostica, tempi minori di indagine e quindi minor ricorso alla sedazione: sono i vantaggi che l’apparecchiatura offrirà ai bambini in cura all’Ospedale Pediatrico di Firenze.

Molteplici le applicazioni della nuova apparecchiatura in campo oncologico, neurologico e cardiologico. Accanto a questo la Risonanza Magnetica 3 Tesla apre la strada a quelli che in gergo medico vengono definiti studi funzionali. Qualche esempio: questa apparecchiatura si rivela indispensabile per la stimolazione della corteccia cerebrale. Si pensi alla localizzazione delle aree del linguaggio qualora il neurochirurgo debba intervenire in zone critiche: il poter localizzare le strutture nervose la cui lesione potrebbe creare disabilità è di essenziale utilità al neurochirurgo per operare con i margini di maggiore sicurezza possibile.

L’impiego di questa macchina consentirà al neurologo di riconoscere le vie di propagazione delle crisi epilettiche, rendendone evidente l’estrema utilità nell’ambito clinico-terapeutico e prognostico. La Spettroscopia, indagine che consente allo specialista di vedere quali sostanze sono presenti nell’encefalo sano e in quello colpito da patologie, può essere di aiuto nella diagnosi e nel controllo di malattie rare. In ambito oncologico, in cui i pazienti devono sottoporsi a frequenti esami di controllo, la maggior definizione e rapidità dell’indagine sono elementi di primaria importanza. In ambito cardiologico la necessità di sofisticati programmi di studio è ormai talmente necessaria che la risonanza magnetica costituisce uno dei mezzi essenziali nella valutazione di malformazioni del bambino dopo l’ecocardiografia.

“L'introduzione presso la nostra Neuroradiologia di un apparecchio per la Risonanza da 3 Tesla migliorerà l'approccio diagnostico e terapeutico dei bambini portatori di patologie neurochirurgiche", dice il neurochirurgo Lorenzo Genitori. "Dal punto di vista della pianificazione dell'intervento chirurgico questa apparecchiatura porterà ad una migliore definizione di fasci cerebrali e strutture profonde che permetterà al chirurgo già guidato da robot dedicati (neuronavigatore) di migliorare il gesto e diminuire ancora la morbilità. Gli studi funzionali preoperatori permetteranno una più precisa localizzazione di funzioni e non più di aree cerebrali in modo da poterne rispettare il perfetto funzionamento. Nella chirurgia dell'epilessia farmaco-resistente questo apparecchio migliorerà la capacità di diagnosticare piccole aree disfunzionanti e permettere quindi la loro asportazione senza danneggiare il parenchima sano. Tutto ciò associato anche ad un potenziale enorme per la ricerca in campo delle neuroscienze, porterà un netto miglioramento nella comprensione di quei meccanismi che sono spesso alla base delle malattie neurologiche e neurochirurgiche del bambino. Anche nel campo della neuro-oncologia l'utilizzo di tale apparecchio permetterà di conoscere in anticipo la qualità del tessuto che si andrà ad operare migliorando il gesto,aumentando le possibilità di exeresi radicale ed aprendo le porte a trattamenti più personalizzati al singolo paziente”.

Fonte: Ufficio stampa Ospedale Pediatrico Meyer 2007.

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domenica, febbraio 18, 2007

Cancro: può produrre arterie sue

Tratto da: Repubblica

UN GRUPPO di ricercatori del Laboratorio di Oncologia dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova, coordinati da Annalisa Pezzolo e Vito Pistoia, direttore del Laboratorio, ha dimostrato che in alcuni casi di neuroblastoma, un tumore solido pediatrico, i vasi sanguigni che portano nutrimento al tumore possono essere formati direttamente dalle cellule tumorali.
La crescita di qualunque tumore dipende dalla sua rete di vasi. Più ricca è tale rete, maggiore è l'apporto di sostanze nutrienti che alimentano lo sviluppo tumorale e maggiore è la malignità della neoplasia. Il neuroblastoma è il terzo tumore pediatrico per frequenza dopo leucemie e tumori cerebrali e colpisce prevalentemente bambini in età pre-scolare. Purtroppo in circa la metà dei pazienti la malattia si scopre quando ci sono già metastasi e soltanto il 25-30% di essi sopravvive a 5 anni, nonostante l'impiego dei più avanzati protocolli terapeutici.
Uno dei potenziali bersagli per lo sviluppo di nuove cure dei tumori è costituito dalla loro rete vascolare: infatti, colpendo selettivamente i vasi di nuova formazione del tumore, è possibile bloccarne o rallentarne la crescita. Tale approccio, che si è già dimostrato efficace nella terapia di modelli sperimentali di neuroblastoma, è basato sul presupposto che i vasi tumorali, a differenza delle cellule maligne, siano geneticamente normali.
Lo studio della Pezzolo, pubblicato su Journal of Clinical Oncology, dimostra per la prima volta che, in alcuni pazienti affetti da neuroblastoma, le cellule tumorali generano vasi funzionalmente normali, ma geneticamente alterati come le cellule da cui derivano. "Questa scoperta", dice Pistoia, "è molto importante perché vasi tumorali che presentano le stesse anomalie genetiche del tumore di origine possono essere resistenti a molti farmaci utilizzati nella chemioterapia anti-neoplastica e quindi, comprometterne l'efficacia".
"La raccomandazione che emerge dal nostro studio", conclude la Pezzolo, "è che i neuroblastomi di elevata malignità vengano sottoposti a screening per stabilire se i vasi sanguigni che li nutrono derivino da cellule normali oppure dalle cellule tumorali stesse. In quest'ultimo caso i vasi potrebbero essere resistenti ai trattamenti che vengono somministrati per distruggerli. E' pertanto opportuno in ogni paziente identificare l'origine dei vasi tumorali in considerazione delle possibili implicazioni terapeutiche. Ciò può essere fatto con tecniche relativamente semplici e poco costose nelle mani di un operatore esperto".

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martedì, gennaio 02, 2007

La "svolta" molecolare

di Umberto Veronesi *

Il 2006 può essere identificato come l'anno della svolta per le terapie molecolari. Dal punto di vista della ricerca i risultati ottenuti con gli studi genomici indicano che nei prossimi cinque anni avremo a disposizione un numero di terapie molecolari sufficienti per ridurre drasticamente l'utilizzo delle cure chemioterapiche più tossiche, a favore di cure mirate e personalizzate. Gli strumenti si sono moltiplicati: allo IEO è stato messo a punto un test (CEC, circulating Epitelial cells) che, attraverso un semplice esame del sangue, determina l'efficacia delle terapie antiangiogenetiche - quelle cioè che hanno l'obiettivo di ridurre la massa tumorale bloccando la formazione di vasi che portano il sangue al tumore per nutrirlo - per modulare le dosi in base alla risposta individuale al farmaco. La genomica è ormai vicina ad ottenere una vera e propria mappa dei geni di ogni tumore e della loro attività (gene expression profile). Su questa mappa l'oncologo clinico può costruire la terapia per ogni malato. In particolare può capire quali tumori hanno tendenza a metastatizzare. Sono di grande aiuto in questo senso anche gli studi sulle cellule staminali tumorali, cioè quelle cellule capaci di formare un secondo tumore in organi o tessuti diversi da quelli d'origine. È importante l'identificazione delle staminali tumorali del carcinoma del colon, ottenuta alla fine di quest'anno da un' équipe tutta italiana.
* Direttore scientifico Istituto Oncologico Europeo

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lunedì, dicembre 11, 2006

Troppe proteine? Rischio di tumori

Assumere meno proteine potrebbe ridurre il rischio di sviluppare alcune forme tumorali che non sono associate all’obesità, quali il cancro alla prostata e il tumore della mammella nelle donne in età premenopausale. Lo sostiene uno studio condotto alla Washington University School of Medicine in St. Louis e coordinato da Luigi Fontana, del Dipartimento di Sanità alimentare ed animale dell’ISS e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

“Prevenire le malattie cronico-degenerative associate agli scorretti stili di vita ed implementare strategie in grado di promuovere un invecchiamento ottimale è una sfida importante per il futuro e uno degli obiettivi della ricerca del nostro Istituto, tanto più che è sempre più evidente come l’incremento della vita media della popolazione italiana non sia accompagnato da un parallelo miglioramento della qualità di vita", spiega Enrico Garaci, Presidente dell’ISS. "Proprio per questo motivo, apriremo all’ISS un Centro, dotato di una sorta di ‘cucina metabolica’, di una palestra e di ambulatori, dove studiare i meccanismi attraverso cui una corretta alimentazione e l’esercizio fisico rallentano l’invecchiamento di organi e tessuti nell’uomo e prevengono le malattie croniche-degenerative in soggetti che non hanno ancora subito danni organici irreversibili”.

I ricercatori hanno preso in esame tre gruppi di individui pareggiati per età e per sesso: 21 vegetariani crudisti che assumevano una media giornaliera di 0.73 grammi di proteine per chilogrammo di peso corporeo, 21 atleti specializzati nella corsa di resistenza, allenati a percorrere poco meno di 80 km alla settimana e nella cui dieta erano compresi 1.6 grammi di proteine giornaliere per chilogrammo di peso corporeo e un gruppo di persone sedentarie che assumevano una tipica dieta americana con 1.23 grammi di proteine per chilo di peso.

“La stretta correlazione tra alimentazione e alcune delle più comuni forme di cancro è un’ipotesi abbastanza fondata", afferma Luigi Fontana, ricercatore dell’ISS e coordinatore dello studio. "I meccanismi, tuttavia, attraverso cui i diversi alimenti promuovono o proteggono dal cancro non sono ancora chiari. E’ ormai assodato che le persone in sovrappeso ed obese hanno un aumentato rischio di sviluppare il cancro del colon, dell’endometrio, del rene, dell’esofago e della mammella soprattutto dopo la menopausa. Esistono tuttavia due forme tumorali che non sono associate all’eccessivo accumulo di grasso: il cancro alla prostata e il tumore della mammella nelle donne in età premenopausale”. Dalla ricerca è emerso che una dieta ipoproteica potrebbe essere in grado di proteggerci da queste forme di cancro più dell’esercizio fisico, indipendentemente dalla quantità di grasso corporeo.

“Nel corso della nostra indagine abbiamo constatato che sia gli individui che praticavano da lungo tempo un regime alimentare caratterizzato da un basso apporto proteico nell’ambito di una dieta relativamente ipocalorica, sia gli atleti, abituati a svolgere attività fisica con regolarità e precisione, mostravano un basso contenuto di grasso corporeo e di conseguenza dei valori più bassi d’insulina, di testosterone libero e di citochine pro-infiammatorie. L’apporto proteico giornaliero corretto secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe essere di 0.8 grammi/Kg/die di proteine, che è molto simile a quello che gli individui che seguono la dieta ipoproteica arruolati nello studio mangiano, mentre molti americani e molti italiani mangiano 1.2 - 1.6 grammi/Kg di proteine al giorno", afferma Fontana, "cioè mangiano circa il 30 - 50 per cento in più di ciò che è raccomandato dagli esperti. E’ ormai chiaro che se aumentiamo del 30 - 50 per cento rispetto al fabbisogno le calorie introdotte giornalmente diventiamo obesi, tuttavia, paradossalmente, non sappiamo cosa succede se mangiamo cronicamente più proteine di quelle che sono necessarie per mantenere un bilancio azotato neutro. Il problema è che nei paesi industrializzati, e purtroppo ora anche in quelli in via di sviluppo, non si mangiano quantitativi sufficienti di verdura, legumi, cereali integrali e frutta, di conseguenza la nostra dieta si compone troppo spesso prevalentemente di prodotti di origine animale (carne, formaggio, uova e burro), cereali eccessivamente raffinati e zuccheri semplici, che a lungo andare sono deleteri per la salute perché estremamente calorici e perché troppo ricchi di proteine e sale, caratteristiche queste che costituiscono potenti fattori di rischio per l’obesità addominale, per il diabete, per l’ipertensione arteriosa, per le malattie cardiovascolari e per taluni tipi di cancro”.

Fonte: Ufficio stampa ISS 2006.
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

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Quando si dice fumarsi il cervello...

La nicotina è responsabile di cambiamenti nel metabolismo del cervello, che sono probabilmente il campanello d’allarme di un funzionamento alterato. Lo fa sospettare uno studio condotto in Germania e illustrato in anteprima presso il convegno annuale della Radiological Society of North America.

Che il fumo non faccia bene alla mente non è un’idea nuova. La dipendenza dal fumo, come tante altre dipendenze, avviene proprio perché le sostanze prodotte dalla sigaretta vanno a stimolare una risposta in certe aree cerebrali, ad esempio quelle preposte alla percezione del dolore e del piacere. Con le attuali tecniche di imaging i ricercatori sono in grado di "vedere" ciò che avviene nel cervello mentre si pensa, si compie un’azione, si prova un’emozione o si assume una sostanza; così grazie a una moderna tecnica che permette di studiare in tempo reale la concentrazione nel cervello di sostanze neuroattive prodotte dal metabolismo, alcuni ricercatori dell’Università di Bonn sono riusciti ad analizzare come il metabolismo cerebrale viene alterato a causa dell’abitudine al fumo.

Sono state prese in esame diverse sostanze naturalmente prodotte durante l’attività cerebrale. I soggetti fumatori, sottoposti a questa tecnica d’avanguardia per l’imaging cerebrale, hanno mostrato alterazioni nella concentrazione di tali sostanze. Ad esempio la creatina totale, che altri studi hanno notato essere legata al rischio di ricadute in soggetti dipendenti da sostanze d’abuso, è più elevata nei lobi frontali del cervello dei fumatori. Sono risultati invece a concentrazioni più scarse del normale altri due prodotti del metabolismo cerebrale: la colina, importante per salute delle membrane cellulari, e l’N-acetilaspartato, che scarseggiava nell’area cerebrale reattiva alle sensazioni piacevoli o dolorose. In particolare, la colina era a livelli bassi soprattutto nelle donne fumatrici, mentre l’N-acetilaspartato era tanto più scarso quante più sigarette il soggetto fumava in un anno.

Gli autori della ricerca hanno fatto notare come, in base a precedenti studi, la bassa concentrazione di queste sostanze nel cervello spesso si riscontri in soggetti sofferenti di disturbi dell’umore e di altre patologie psichiatriche, il che getta un’ombra ulteriore sugli effetti che questo "vizio" tanto comune provoca a livello cerebrale, invitando a non prendere sottogamba quest’abitudine e prestare maggiore attenzione alla salute del proprio cervello.

Fonte: RSNA 2006: Strenghtening professionalism. 2-8 dicembre 2006, Chicago.

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venerdì, novembre 17, 2006

Fumo e sale nemici dell'esofago

Il fumo e l’eccesso di sale a tavola aumentano il rischio di reflusso gastroesofageo, un problema molto diffuso caratterizzato dalla risalita dei succhi gastrici nell’esofago con conseguente pirosi, vale a dire una sensazione di bruciore che dallo stomaco si irradia verso l'alto. È quanto affermato dall’équipe di Magnus Nilsson presso il Karolinska Hospital di Stoccolma con uno studio che invece sembra scagionare altri "sospetti", tra cui il tè e l’alcol.

Per la prima volta utilizzando un vasto campione di individui (3153 persone con i sintomi del reflusso e 40.210 persone sane) il team svedese ha dimostrato che il rischio di tale disturbo, che può avere conseguenze anche sulla salute del cuore, è il 20 per cento più alto nei fumatori che hanno il vizio da 1-5 anni, ma si impenna al 70 per cento nei fumatori da 20 anni o più. Lo studio sarà pubblicato sul periodico specializzato Gut.

E a fare compagnia al fumo tra i colpevoli, hanno detto gli specialisti, c’è anche un altro “vizio”, quello di salare in abbondanza le pietanze, in particolare di tener fede all’abitudine del sale a tavola per fare qualche “ritocco” alla salatura fatta durante la preparazione del pasto.

Chi ha questa pessima abitudine, deleteria anche per la salute cardiovascolare, ha un rischio di soffrire di reflusso più alto del 70 per cento. Invece, hanno detto gli esperti, sembra che il pane integrale e la ginnastica siano due fattori protettivi.

Si hanno numerosissime informazioni sul reflusso gastroesofageo e sulle sue conseguenze a lungo termine (si tratta tra l'altro di un disturbo che, se in forma grave e non trattata, può costituire un fattore di rischio per il tumore dell'esofago), hanno concluso gli esperti in gastroenterologia, ma ancora non si era in possesso di prove conclusive circa gli stili di vita da evitare, anche se alla sbarra erano stati già additati molti sospetti.

Bibliografia. Nilsson M, Johnsen R, Ye W et al. Lifestyle related risk factors in the aetiology of gastro-oesophageal reflux. Gut 2004; 53: 1730-1735.

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