Informazione scientifica sull'oncologia e la psiconcologia A cura dal Dr. Massimiliano Zisa, Ipnotista, Psicologo e Psicoterapeuta Firenze.
venerdì, giugno 23, 2006
Giornata Nazionale del Malato Oncologico
In Italia un milione e seicentomila persone convivono o hanno vissuto con un tumore. Nel 2010 saranno due milioni. La prima Giornata Nazionale del Malato Oncologico domenica, 4 giugno 2006, è la celebrazione della vita da parte di chi ha rischiato di perderla. Simbolicamente rappresentata dal cedro, è dedicata a chi è malato, agli ex malati, a quanti sono sopravvissuti al cancroe alle loro famiglie. La Giornata organizzata dalla Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo) nell'ambito della Campagna d'informazione "Con il malato, contro il tumore", prevede a Roma e Milano spettacoli d'intrattenimento, aree dedicate ai bambini con dimostrazione di clownterapia, dibattiti durante i quali saranno illustrati i risultati ottenuti dal volontariato e incontri tra pazienti, cittadini, oncologi per capire e sapere di più sui tumori.
Chiunque può contribuire con 1 euro inviando un Sms solidale al numero: 48588. Alle tematiche della qualità di vita del paziente oncologico si sono svolti i terzi Stati Generali dei malati di tumore, organizzati dalla Lega Italiana per la Lotta ai Tumori ad Agrigento. "Sappiamo che la risposta organizzativa alla sofferenza del malato e dei suoi familiari", dice Francesco Verdecchia, oncologo medico all'ospedale di Sciacca "è molto disomogenea, debole al Sud più forte al Nord". Tre le vie da battere: percorsi organizzativi con supporti strutturali e psicologici per facilitare i malati; riabilitazione sociale e fisica per i tanti che guariscono attraverso mutilazioni corporee e psicologiche; alimentazione, perché i malati di tumore non mangiano come dovrebbero e il pasto diventa momento di conflitto con i familiari. Mentre bastano piccole strategie per favorire l'appetito, eliminare la nausea ed evitare il vomito. In una parola rendere accettabile la vita di tutti i giorni.La sfida per i medici che ogni giorno lavorano contro il cancro e lo combattono, non è sulla scelta della migliore terapia quanto sul modo più idoneo di parlare e rapportarsi con il paziente e i suoi familiari.
Quando arriva il giorno di incontrare il malato, seduti entrambi ai lati opposti di un tavolo, quello per l'oncologo è il momento della vera sfida. Perché quando si tratta di "dire" o "non dire" le competenze tecniche da sole non bastano più. C'è bisogno di un contesto, di un'organizzazione e, come osserva Manuel Katz, psiconcologo e consulente aziendale di "Suono e Silenzio", società che si occupa di formazione consapevole in oncologia, coordinata da Dr. Massimiliano Zisa, psicologo, "c'è bisogno di "spazio" che i modelli organizzativi aziendali non forniscono agli oncologi né agli infermieri: non possiamo pretendere che siano capaci di farlo senza un aiuto. L'oncologo e il suo staff possono vedere i bisogni del malato solo se qualcun altro si occupa dei loro stessi bisogni". Informare o non informare il paziente con un tumore passa comunque attraverso una comunicazione e significa, nel migliore dei casi, invadere la sfera più intima del malato. "Uno dei punti su cui si lavora di più", racconta Manuel Katz ", è proprio la difficoltà da parte del medico di rispettare l'autonomia del paziente e sapere sin dove poter arrivare.
Gli oncologi italiani sono molto sensibili alla problematica, c'è un'enorme consapevolezza di questo bisogno, stessa cosa per gli infermieri che sono demotivati e poco incentivati. In altri paesi, ad esempio in Israele, c'è un forte supporto psicologico per i pazienti un po' meno per i medici, il vero punto è l'educazione e il modello organizzativo.Ma come si arriva a capire e a soddisfare i bisogni relazionali ed esistenziali del paziente, del medico e dell'infermiere? Come si valorizzano le risorse interiori di ciascuno dei protagonisti? Gli esperti in formazione ricorrono a diversi protocolli di comunicazione dei quali si discute in successivi incontri organizzati per piccoli gruppi.
Questi i punti essenziali:
- Non fare da intermediari
- Necessità di uno spazio specifico
- Verifica cosa il paziente sa già
- Verifica in maniera esplicita cosa il paziente vuole sapere
- Se il paziente vuole sapere condividi l'informazione
- Accogli le reazioni del paziente
- Programma lo stadio successivo
- Verifica tu, medico, come stai prima di proseguire.
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giovedì, giugno 15, 2006
Psiconcologia - Storia
Nonostante i numerosi e significativi progressi scientifici in ambito oncologico, che hanno sicuramente determinato un netto miglioramento degli approcci terapeutici e un aumento della sopravvivenza dei pazienti, il cancro resta a tutt’oggi oggi una delle malattie a più ampia diffusione ed una delle principali cause di morte in ogni parte del mondo. Nell’immaginario individuale e collettivo il cancro continua, di fatto, ad associarsi a significati di sofferenza fisica e psichica, di morte ineluttabile, di stigma e diversità (l’essere estraneo e straniero), di colpa e vergogna. È quanto Susan Sontag (1979) definisce "bardature metaforiche" che, per il cancro, da sempre risvegliano l’idea di un processo insidioso, misterioso e destruente, divorante e contagioso. È quanto Fornari (1984) identifica nel antinomìa amico-nemico, dove il "nemico" riesce a modificare e ad incidere sugli affetti attraverso impronte inalterabili che permeano le emozioni, i pensieri ed i comportamenti della persona colpita, sia nella sue dimensione individuale che relazionale. È ciò che Tolstoj, nel noto racconto La morte di Ivan Il’ič (1976), coglie nelle parole del protagonista "(…) Il dottore aveva parlato di sofferenze fisiche e a ragione; ma più terribili delle sofferenze fisiche erano le sofferenze morali. (…) Il principale tormento di Ivan era la menzogna (…) che non volessero riconoscere quello che tutti sapevano e che anche lui sapeva (…) e costringessero anche lui ad aver parte alla menzogna". È infine ciò che Maher (1982), riprendendo concetti durkeimiani, coglie sottolineando il senso di anomia attivato dal cancro come evento che interviene bruscamente ed improvvisamente, alterando l’equilibrio individuale e intereprsonale, paralizzando le capacità di regolazione e di riassestamento ed evocando un clima (o un sentimento transpersonale) di incertezza e indeterminatezza.
È su queste basi che si è via via sempre più presentata la necessità di una comprensione allargata e globale delle malattie neoplastiche, come epifenomeno di processi somato-psichici e interpersonale e che ha determinato lo sviluppo della disciplina psiconcologia (Grassi e Morasso, 1998).
IL PASSATO DELLA PSICONCOLOGIA
In realtà è a partire dagli inizi del '900 che la necessità di mantenere una visione globale del paziente affetto da qualunque patologia somatica e di approfondire la conoscenza dei correlati psicologici delle malattie ha comportato una evidente collaborazione tra discipline mediche e psichiatriche. È del 1902 la costituzione, negli Stati Uniti, del primo reparto psichiatrico in un ospedale generale e degli anni '20 la nascita della Psichiatria di Consultazione come branca specificamente rivolta alla valutazione e trattamento di problemi psicologi di pazienti affetti da patologie somatiche. Proprio in tale disciplina, sviluppatasi presto anche in altre parti del mondo, si pongono dunque le premesse per istituire e diffondere modelli teorici e assistenziali applicati alle diverse branche medico-chirurgiche. Tra gli anni '40 e ‘50, l'oncologia, la cardiologia, l'ostetricia e la ginecologia, e la dermatologia, rappresentano le discipline più interessate al fenomeno (Lipowsky, 1986). In esse vengono applicati in maniera diretta e precisa i principi di base della Psichiatria di Consultazione: a) la necessità di valutare l'influenza delle variabili emozionali nell'esordio delle malattie (patogenesi psicosomatica); b) necessità di studiare gli effetti dell'interazione tra fattori psicologici e fattori biologici (psicobiologia); c) la necessità di training educativi del medico a riconoscere i problemi psichiatrici e psicosociali dei pazienti affetti da malattie fisiche, quindi a mettere in atto opportune terapie; d) la necessità, infine, di sviluppare ricerche sperimentali in tali aree.
In ambito oncologico, i paesi anglosassoni hanno avuto, in questo, un ruolo sicuramente di guida. Gli anni ’30 e ’40 preparano il terreno all’ingresso delle discipline psicologico-psichiatriche attraverso la fondazione, nel 1937, del National Cancer Institute (NCI) (http://www.nci.nih.gov/) e della International Union Against Cancer (http://www.uicc.org), mentre l’American Cancer Society (http://www.cancer.org) promuove in questo stesso periodo i primi gruppi di auto-aiuto attraverso il reclutamento e la formazione di pazienti laringectomizzati e colostomizzati, comprendendo l’importanza dell’informazione e del confronto reciproco tra le persone che hanno vissuto la stessa esperienza di malattia (Holland, 1998). Il programma "Reach to Recovery" (http://cope.uicc.org/breast/rri/rri.html), promuovendo il confronto e la solidarietà tra donne operate per cancro della mammella e pazienti si diffonde con successo in molti paesi del mondo. Sono immediatamente successivi i primi esempi dello sforzo compiuto per offrire ai pazienti neoplastici interventi a carattere psicosociale tesi a garantire sollievo rispetto alla sofferenza psicologica secondaria al cancro. L’attivazione di un servizio specifico in questo senso nel 1950 dallo psichiatra Arthur Sutherland presso il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, il lavoro della psichiatra svizzera Kübler-Ross sulle reazioni psicologiche del paziente con cancro in fase terminale di malattia e lo sviluppo di servizi analoghi, nel 1967, da parte di Cicely Saunders, a Londra, presso il St. Cristopher Hospice, rappresentano punti cardine per la Psiconcologia.
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domenica, giugno 11, 2006
a Cura di: Massimo D'Aiuto
U. Veronesi: Maschi, dopo i 50 anni dovete controllare la prostata
E’ l’opinione del professor Umberto Veronesi, direttore scientifico dello Ieo (Istituto oncologico europeo), promotore del movimento "Europa Uomo", analogo a quello già avviato dallo stesso oncologo "Europa Donna" sulla prevenzione del tumore alla mammella. L’iniziativa è sostenuta dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori. «Oggi gli uomini possono sottoporsi all’esame del Psa (dal sangue) che riconosce un’eventuale presenza di tumore dell’organo maschile», spiega ancora Veronesi, «anche se crea ancora ansia tra coloro che vi si sottopongono perché riconosce tutte le malattie della prostata e non solo il tumore». Tra i Paesi che hanno già aderito ad "Europa Uomo" figurano Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Norvegia, Svezia e Danimarca. Per l’oncologo italiano, ex ministro della Sanità, gli uomini dopo i 50 anni devono sottoporsi al test del Psa (prostate specific antigen): «In caso di tumore della prostata, l’intervento chirurgico è favorevole per i sessantenni ai quali è stato riscontrato precocemente; per gli ultra settantenni, invece, conviene un trattamento con la radioterapia conformazionale che attraverso una Tac riesce a seguire esattamente la conformazione dell’organo malato senza intaccare gli altri tessuti. Dei 500 casi seguiti finora, con questa terapia, il 98 per cento è guarito». Tra le altre novità anche la terapia con i protoni e gli ioni al carbonio. I tumori della prostata sono in crescita in tutto il mondo e il trend cresce proprio per l’aumento della popolazione anziana. L’Italia nel 2000 ha stabilito il record di anzianità tra i Paesi occidentali con 14,8 anziani su 100 giovani e sono 9.303.000 i maschi over 50. Solo però il 22 per cento degli uomini tra i 50 e i 70 conosce il Psa che negli Stati Uniti è conosciuto dal 48 per cento degli uomini. Lazio, Puglia e Lombardia saranno le regioni pilota del progetto che dovrà coinvolgere gli uomini appunto sulla prevenzione del tumore della prostata. «La Lega italiana per la lotta contro i tumori», chiarisce il presidente, professor Francesco Schittulli, «formerà il personale sanitario sulle campagne di prevenzione e renderà operativi i propri ambulatori territoriali per la diagnosi precoce». «Questo cancro rappresenta il 15 per cento di tutti i tumori maschili ed è», avverte il professor Louis Denis, di Anversa, urologo di fama mondiale e consulente di Europa Uomo, «il secondo per mortalità dopo quello polmonare. Nel mondo il 30 per cento degli uomini sopra i 50 anni contrae questo tumore, circa il 10 sviluppa la malattia e il 3 per cento muore. L’intervento può portare all’incontinenza nel 550 per cento dei casi, e all’impotenza nel 3080». Le differenze numeriche delle complicanze dipendono dalla bravura del chirurgo.
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giovedì, giugno 08, 2006
Quell' invisibile terapia del dolore
articolo di : Donatella Barus
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Dai dati di un sondaggio condotto dalla Ipsos a metà maggio, infatti, solo il 22 per cento degli intervistati è a conoscenza del fatto che ci sono terapie mirate a lenire la sofferenza dei malati, e si tratta perlopiù di donne (non a caso, le più coinvolte nell’impegno di cura di anziani e infermi), di persone istruite, con uno status socio-economico elevato e residenti nelle regioni settentrionali. Spicca una forte carenza di informazioni, invece, nel centro-sud e tra i più giovani, che in larga parte ancora non hanno dovuto confrontarsi con queste problematiche. In generale, poi, la terapia del dolore in Italia continua ad avere il sapore di un’occasione mancata, per cui 24 persone su cento hanno avuto esperienza diretta (personale o di un familiare) di un dolore cronico, ma soltanto la metà, il 12 per cento, dichiara di avere fatto ricorso a cure antalgiche specifiche.
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venerdì, maggio 26, 2006
Tumori (exursus)
Dopo le malattie cardiocircolatorie, i tumori sono la maggiore causa di decesso. Nonostante la ricerca scientifica abbia fatto progressi enormi nel campo delle terapie e dell’individuazione precoce dei tumori, non si è ancora trovato il farmaco “miracoloso” che possa sconfiggere questo male. Le autorità sanitarie sono sempre più convinte che la via per sconfiggere la malattia sia la prevenzione. E il National Cancer Institute (l’Istituto Nazionale sul Cancro), la massima autorità statunitense sull’argomento, ha ammesso che le abitudini alimentari e le condizioni ambientali sono le cause principali della maggior parte dei tumori.
Come si manifestaIn condizioni normali il nostro organismo produce continuamente cellule nuove: per sostituire quelle vecchie, per svilupparsi o per riparare una ferita. Di solito, appena ultimato il compito, la formazione di nuove cellule si arresta. In alcuni casi, però, questo meccanismo di controllo si inceppa. Le cellule continuano a formarsi, dando vita a quello che è conosciuto come un tumore, o neoplasia, che può essere benigno o maligno.
Il tumore benigno. Cresce lentamente: sviluppandosi può creare fastidi premendo sui tessuti vicini, ma non li invade e non interferisce con il funzionamento di altri organi.
Il tumore maligno, o cancro. A differenza di quello benigno, a mano a mano che cresce, si infiltra nei tessuti circostanti distruggendoli. Inoltre, attraverso i vasi sanguigni e i vasi linfatici, può diffondersi ad altre parti dell’organismo, creando localizzazioni secondarie, dette metastasi, che, a loro volta, si sviluppano in modo indipendente.
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sabato, maggio 20, 2006
Efficaci antitumorali
Il National Cancer Institute (NCI, Istituto Nazionale dei Tumori), componente del National Institutes of Health (Istituto Nazionale di Salute) negli Stati Uniti, rappresenta la principale agenzia federale di ricerca sul cancro. Negli anni Cinquanta alcuni ricercatori scoprirono nel Catharanthus roseus, una pianta del Madagascar, due sostanze che si rivelarono fondamentali nella lotta alle leucemie: la vincristina e la vinblastina.
Dal Podophyllum peltatum, inoltre, venne isolata la podofillina, ad attività antitumorale. Sin dal 1960 la Natural Product Branch (NPB), branca del Developmental Therapeutics Program (Programma di Sviluppo delle Terapie) del National Cancer Institute, iniziò un programma di ricerca sistematica di sostanze farmacologiche ad attività antitumorale derivate, in particolare, da piante medicinali, da organismi marini presenti anche sulla colorata barriera corallina e da altri microrganismi. Attualmente, l'NCI-Natural Products Repositor, immagazzina più di 170.000 estratti provenienti da oltre 70.000 piante e 10.000 organismi marini, così come 30.000 estratti di diversi batteri e funghi.
Questo immenso "deposito" viene considerato, a tutt'oggi, una fonte di nuovi composti farmacologici da aggiungere ad altri 500.000 che è possibile "immaginare" derivare dalla Roadmap Molecular Library (la biblioteca molecolare) del National Cancer Institute. Numeri enormi e tra il 1960 e il 1981 l'NCI, in collaborazione con l'United State Department of Agriculture (USDA) ha valutato ben 114.000 estratti provenienti da 35.000 piante, raccolte principalmente nelle zone temperate, individuando, partendo da studi etnobotanici, alcune sostanze antitumorali derivate da varie specie di Taxus (alberi appartenenenti alla famiglia delle Taxacee). Dal Taxus del Pacifico (Taxus Brevifolia) si iniziò, successivamente, ad estrarre, taxolo, sostanza antitumorale utilizzata nel tumore del seno, sul cancro a cellule non piccole del polmonare, nel sarcoma di Kaposi.
Dal 1986 l'NCI che ha stabilito programmi di collaborazione con le istituzioni locali ha incentrato, però, le sue ricerche nelle regioni subtropicali e tropicali e nel 1988 ha iniziato, inoltre, la sistematica ricerca di sostanze utilizzabili nella lotta all'AIDS. Dall'agosto del 1993, 21.881 estratti, derivati da oltre 10.500 campioni catalogati, sono stati testati per la loro attività contro il virus HIV (2320 estratti da piante).
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venerdì, maggio 05, 2006
Formazione Oncologica
L'atteggiamento di base è di totale empatia verso le difficoltà nel gestire una professione che porta a continuo contatto con la sofferenza.
Il presupposto centrale è che per erogare un servizio di qualità che riconosca e rispetti i bisogni relazionali emotivi ed esistenziali del paziente sia indispensabile in modo proporzionale riconoscere gli stessi bisogni nell'operatore.
“Chi si prende cura dell'oncologo?” è la domanda da cui parte questo intervento teso a diminuire il rischio di burn out dal forte impatto sulla qualità del lavoro di reparto e ad aumentare la soddisfazione sul lavoro.
Lavorando con un gruppo ristretto di soli medici in una serie di incontri distribuiti nel tempo, l'oncologo viene accompagnato in un percorso di esplorazione della propria identità professionale con lo scopo di sostenerlo e affiancarlo nella ricerca di una strategia coerente con cui porsi di fronte alla malattia e alla sofferenza che incontra sul lavoro.
In linea con i principi di Suono e Silenzio, questo viene fatto affrontando in maniera metodica ed approfondita il forte impatto emotivo insito nella professione.
In particolare viene fornita all'oncologo una metodologia ed un protocollo adeguati alla comunicazione ad alto contenuto emotivo, che tiene conto del linguaggio verbale e non verbale. Parte del corso è quindi dedicato a “come comunicare cattive notizie”.
Riconoscendo l'impatto che la comunicazione col paziente ha su di lui, il medico impara ad identificare le proprie tendenze, a sviluppare le proprie capacità di ascolto, a gestire al meglio i propri punti di forza, a proteggersi nei propri punti deboli.
Il gruppo viene valorizzato come risorsa centrale. Un significativo effetto collaterale di questo percorso formativo e la maggiore intimità che si crea nel gruppo di colleghi.
Il progetto viene articolato in modo da adeguarsi alle richieste delle singole realtà, ponendo accenti diversi sulle diverse problematiche a seconda delle esigenze.
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lunedì, aprile 17, 2006
Disturbi psicologici e Cancro
I disturbi legati all'evento cancro
Il trattamento psicoterapeutico del malato neoplastico rappresenta un significativo aspetto di ogni efficace ed umano programma terapeutico in oncologia, che tiene conto dei numerosi stress che tale malato deve affrontare e degli adattamenti inattesi che si susseguono in ogni fase della malattia, dalla fase diagnostica a quella terapeutica, a quella della remissione, a quella di un' eventuale aggravarsi della malattia o di una recidiva.( Freyberger, 1983)
Innanzi tutto è indispensabile un'opera di informazione e sensibilizzazione circa l'importanza della reazione alla malattia. essa infatti in certe circostanze può assumere un carattere psicopatologico è può influenzare negativamente il corso della malattia "fisica". Inoltre risulta importante valutare lo stato psicologico del paziente e prenderlo in considerazione nelle decisioni riguardanti le terapie mediche più appropriate alle sue condizioni. assicurando allo stesso la possibilità di ricevere un aiuto psicologico in caso di bisogno. Tale aiuto si rivela fondamentale sia per affrontare e gestire gli eventi stressanti a cui il paziente è sottoposto durante l'intero arco della malattia sia per il possibile ruolo che fattori di natura emozionale possono avere sul decorso, e quindi sulla prognosi della malattia. Per quanto concerne il primo punto e stato osservato che l'evenienza della comparsa di disturbi psichiatrici clinicamente rilevati nei pazienti di cancro è tutt'altro che rara, (Chiari e Nuzzo 1992). Gli stati confusionali, l'ansia e la depressione si collocano chiaramente nella nosologia psichiatrica classica. I Pazienti neoplastici, sono sottoposti a notevoil stress, vivono stati emotivi drammatici, e tendono spesso ad enfatizzare comuni stati d'animo, quali l’irritazione ed il dolore ( Hinton, 1983).
Negli anni più recenti la maggiore sensibilizzazione verso la rilevazione dei disturbi psichici associati alla malattia somatica ha condotto a più frequenti richieste di intervento. In effetti il problema è stabilire quanto queste reazioni rientrino in un range di normalità e quanto, invece, valicano la soglia di “disturbo” diventando di interesse psichiatrico, (Massie e Holland, 1990)
La psicologia oncologica si è occupata molto di questi aspetti con varie ricerche, evidenziando e classificando i problemi maggiori. Il disturbo più frequente è la depressione sia endogena che reattiva (Pancheri e Biondi 1987 ) ma non è rara la comparsa di quadri tipo sindrome cerebrale organica mentre sono poco frequenti le forme psicotiche e il suicidio (Levine, Silberfarb, et al; 1978).
La depressione
L'incidenza di disturbi di tipo depressivo associata alla patologia neoplastica è alta, ma nei diversi studi varia in modo comprensibile in rapporto ai criteri e alla modalità e agli strumenti con cui viene rilevata. Derogatis e collaboratori in uno studio condotto nel 1983 osservano che il 47% dei pazienti con cancro esaminati presentavano dei disordini psichiatrici clinicamente rilevabili, questa percentuale veniva recentemente confermata usando l' Hospital Anxiety and Depression Scale da uno studio condotto da Carrol, Kathol ed altri (1993). Secondo Peck 1972 la depressione affettiva è riscontrabile nel 74% dei soggetti
Endicott (1984) fa notare comunque come sia possibile una sovrastima della prevalenza della depressione dovuta all'attribuzione del quadro depressivo di sintomi somatici che possono essere legati al disturbo organico, ma Buckberg, Penman e Holland (1984), non considerando ai fini diagnostici i sintomi somatici, concludono che una depressione di una certa gravità è presente nel 43% dei soggetti con neoplasia. La depressione quindi è un'evenienza molto più frequente nei malati di cancro che non in altre malattie mediche gravi in cui è presente dal 22% al 33% (Fava, 1982)
La depressione dei pazienti neoplastici appare come un disturbo dell'umore in cui il nucleo depressivo è centrato sui sintomi di inerzia, marcata inibizione e stati di solitudine, di hopeless definita da Greene (1989) come pensieri e sentimenti negativi circa il proprio futuro.
Questo disturbo depressivo quanto a caratteri clinici si avvicina maggiormente ai quadri definiti di tipo situazionale, reattivo o nevrotico, ad andamento protratto nel tempo, scarsamente reagenti alle terapie antidepressive, farmacologiche e in rapporto a disturbi di personalità del soggetto (Chiari e Nuzzo 1992)
Uno studio recente condotto su persone che frequentavano un istituto di radiologia oncologica ha segnalato che 2/3 circa del gruppo lamentavano astenia, 1/3 aveva qualche problema gastrointestinale e nel 40% dei casi si verificavano effetti collaterali, l'80% circa si sentiva depresso, l'8% ebbe impulsi suicidi e qualcuno dichiarò che avrebbe voluto essere assistito meglio.
L’ ansia
Peck (1972 )su uno studio di 50 persone affette da cancro, afferma che soltanto uno dei 50 non risultò ansioso, 22 lo erano in forma grave, 19 moderatamente e 8 lievemente. Ben 37 pazienti erano depressi, 5 in forma grave e 16 moderatamente, 18 di loro soffrivano di sensi di colpa pensando di avere contribuito personalmente allo sviluppo della malattia, 22 si dimostrarono irritati, uno stato d'animo di solito collegato a quello ansioso in tale rilevamento. Chesser e Anderson (1975) hanno intervistato prima e dopo l'intervento alcune donne portatrici di nodulo mammario. In fase iniziale l'ansia era comune a tutte, dopo la scoperta del nodulo al seno le pazienti avevano effettuato diverse visite i cui esiti si erano fatti man mano sempre meno equivoci e al momento della richiesta di un loro consenso scritto per l'intervento avevano ricevuto più chiare informazioni sia a proposito della loro malattia che delle conseguenze legate alla terapia chirurgica, ad intervento avvenuto le donne la cui lesione era benigna uscivano dall'ospedale di lì a poco, contente conservando per ricordo soltanto una piccola incisione bioptica ben suturata; le altre, ora sicure della malignità insita in quel nodulo, avevano facce tristi e scure, alcune di loro di informarono del risultato espresso dal referto bioptico e della diagnosi accettando le risposte fornite loro senza chiedere altro al momento. È possibile che quando una persona si senta seriamente minacciata metta in atto un meccanismo di difesa come la negazione per poter far fronte alla situazione che si presenta come molto ansiosa.
Nel riportare uno studio Jelich et al (1993) fanno notare che contro ogni previsione delle donne che si dovevano sottoporre ad un intervento chirurgico per asportare un cancro sospettato maligno avessero un livello di ansia molto basso: al di sotto della popolazione normale questo fa ipotizzare agli autori come fosse in atto un meccanismo di negazione in queste donne, ultima ed unica risorsa per controllare l’ansia.
Inoltre sembra che questa ansia permanga anche dopo un lungo tempo che le pazzienti sono state dimesse dall’ ospedale e vada ad inficiare diverse dimensioni della vita.
Morris et al (1977) in uno studio misurarono l’adattamento psicologico in donne operate di tumore al seno con differente prognosi, e trovarono che: il 46% delle pazienti risultavano stressate a 3 mesi dall’intervento mentre a 1 anno la percentuale si riduceva ma restava sempre del 25%. queste donne erano ancora preoccupate per l’ esito della mastectomia e tale risultato non migliorò neanche dopo 2 anni.
Maguire, Lee et al. (1978)in uno studio simile riportano che a 1 anno dall’intervento le loro pazienti nella misura del 25% vivevano in uno stato ansioso o depresso a differenza del gruppo di controllo (casi benigni) in cui tali disturbi erano presenti solo nel 10% nel gruppo sperimentale poi 1/3 delle pazienti aveva interrotto ogni attività sessuale contro l’ 8% del controllo.
Halttunen (1992) segnala come la sensazione di essere guarite sia significativamente correlata all’assenza di limitazioni dovute ai postumi della malattia, nelle normali attività giornaliere, e nella vita di tutti i giorni, e come ci fosse una relazione nelle donne che avevano ripreso delle buone relazioni sociali anzi le avevano migliorate dopo l’ evento canceroso e la sensazione che il cancro le avesse in qualche modo “maturate”. Anche in questo studio viene fatto notare come il 50% delle pazienti dopo otto anni dall’ intervento avessero ancora delle forti preoccupazioni verso un’ eventuale ricaduta.
La compliance:
Il concetto di compliance, è stato introdotto nel 1972 e non in campo oncologico per caratterizzare il fenomeno della aderenza alle terapie. Essa viene definita da McMaster (1972) «aderenza, da parte del malato, alle prescrizioni mediche includendo in ciò, i farmaci, gli esami di laboratorio, i controlli clinici e quanto altro attenga alla cura della malattia».
La compliance è uno degli aspetti più importanti della pratica medica, per rilevanza statistica e conseguenze pratiche (Gianfriglia 1995) in effetti è stato dimostrato come i procesi di negazione e di diniego possono favorire il ritardo diagnostico e compromettere, l’ adesione del paziente con i trattamenti e con i controlli di follow-up.(Goldberg,1983; Green, 1983; Lewis, et al., 1983; Tarnaroff, et al., 1992; Costantini et al.,1993)
Meerwein (1989) afferma « é poco probabile che l’ ulteriore crescita di un tumore maligno ormai manifesto sia determinata soltanto dalle sue particolarità cinetico -cellulari e sia quindi del tutto indipendente dalla reazione del soggetto malato. La grande diversità dei tempi di sopravvivenza pure nel caso di un tipo di tumore identico sotto il profilo istologico, avente la stessa localizzazione, diagnosticato allo stesso stadio iniziale e sottoposto ad uguale terapia, inficia l’ ipotesi di uno sviluppo completamente autonomo.».
E stato dimostrato in effetti che a parità di certe condizioni cliniche e di terapie effettuate, i meccanismi di difesa posti in atto dal paziente, incidono sul decorso e quindi sulla prognosi della malattia e sul reinserimento nella vita di tutti i giorni. (Stoll, 1979; Mc Guire, 1979). Tali meccanismi inoltre entrano in gioco gia nel momento della scoperta di eventuali segnali premonitori.
Negli anni 30, in un gruppo di donne statunitensi che si erano accorte di avere un nodulo mammario, il 57% non aveva consultato il medico nei primi 3 mesi seguenti alla scoperta fatta.(Pack & Gallo, 1938). Altri studi condotti negli anno '50 e '60 fornirono le seguenti percentuali, sempre riferite alla scadenza dei 3 mesi: il 64% in Canada (Henderson & Al.,1958), il 62% in Inghilterra (Aitken-Swan, & Paterson, R. 1955), ed il 70% in Scozia (Henderson, 1966). Alcuni più recenti lavori hanno invece segnalato che solo il 23% (Cameron & Hilton, 1968) ed il 33% (Greer, 1974) delle donne colpite dal carcinoma aveva dilazionato il consulto medico oltre i 3 mesi.
La nausea e il vomito anticipatorio
In oncologia un fenomeno molto noto ed estremamente comune nei pazienti sottoposti a chemioterapia e lo sviluppo di una serie di sintomi, caratterizzati dalla comparsa di effetti collaterali della terapia con antiblastici, in particolare nausea e vomito associati a un marcato stato d’ansia prima della somministrazione dei farmaci.
Alla base di questo problema ci sarebbe secondo alcuni autori un fenomeno di condizionamento psicofisiologico che tenderebbe a mantenersi nel tempo e il semplice ricordare o immaginare la chemioterapia può reindurre la comparsa di nausea (Reed, Dadds 1993)
Questo fenomeno colpisce una percentuale di pazienti che gli studi tendono ad indicare tra il 20% e il 70% (Burish e Carey, 1986; Morrow, 1988; Carey, 1988 ).
I fattori che più sono associati alla comparsa di nausea e vomito anticipatorio sono secondo Morrow e Dobkin (1988) i seguenti
Tale disturbo si presenta prevalentemente in due maniere differenti: 1) può essere evocato in maniera diretta da stimoli visivi (Flebo, ambiente ospedaliero, infermiere) od olfattivi (odori dei disinfettanti) 2) può venire elicitato da immagini mentali legate al ciclo chemioterapeutico e si presenta di norma per l’intera giornata antecedente la somministrazione (Lesko 1989)
I 2/3 delle 38 donne intervistate da Lang ed collaboratori (1983) le quali a causa di un carcinoma mammario erano state sottoposte a chemioterapia con gravi effetti collaterali, retrospettivamente hanno sviluppato un atteggiamento positivo nei confronti della terapia e se necessario si sottoporrebbero nuovamente ad un analogo trattamento. Gli autori però raccomandano di offrire a queste pazienti un’ adeguata assistenza psicologica che induca una dettagliata informazione sulle possibilità di cura in relazione allo stadio della malattia e dell’età.
Il dolore
L' incidenza di sindromi dolorose associate al cancro varia dalla presenza di dolore moderato o intenso nel 15% dei pazienti con tumori maligni non metastatici (Daut e Cleeland, 1982) al 60-90% dei pazienti con cancro in fase avanzata, (Cleeland 1984).
Le cause di tali sintomi dolorifici possono essere fatte risalire per una percentuale del 77% a invasione o compressione tumorale, per il 19% come conseguenze di terapie oncologiche specifiche ed per un 3% a cause indipendenti sia dal tumore che dalle terapie (Satta, 1989)
È importante sottolineare come, attualmente il sintomo dolore sia interpretato in una prospettiva più complessa che non quella di evento esclusivamente nociocettivo, infatti il dolore come ogni stimolo o configurazione di stimoli mette in moto tre sistemi dell'organismo. Il sistema sensoriale modale specifico legato all'analisi della modalità dello stimolo, il sistema aspecifico di eccitazione, e il sistema di connotazione emozionale.( Ruggieri, 1987).
Il dolore è dunque un fenomeno multidimensionale, le sue manifestazioni cambiano da individuo a individuo, in base a fattori culturali, educativi, cognitivi, emozionali (Satta, 1989). Per esempio Spiegel e Bloom in un loro studio (1983) documentarono l'influenza dell'umore e dei fattori cognitivi sul dolore. Allora uno stato dell'umore orientato in senso depressivo può favorire una riduzione della soglia per stimoli algogeni, cosi come interventi mirati a migliorare tali stati disforici possono avere degli effetti positivi su sintomatologie dolorose.
giovedì, aprile 13, 2006
I genitori, quei «pazienti invisibili»
I risultati di uno studio pubblicato sul Journal of family psychology 1° parte Quasi tutte le coppie con un bambino colpito da tumore soffrono di una sindrome psicologica chiamata disturbo post-traumatico da stress. | |
A queste conclusioni sono arrivati alcuni ricercatori del Children's hospital di Philadelphia (Stati Uniti), che hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sul Journal of family psychology, dopo avere tenuto sotto osservazione 119 madri e 52 padri durante la cura dei loro bambini. Tutti i genitori, tranne uno, mostravano i segni del disturbo post-traumatico da stress. Ma i medici del Children’s hospital hanno tenuto sotto controllo anche altre 98 coppie, questa volta di genitori di adolescenti sopravvissuti al cancro (che avevano concluso le terapie circa cinque anni prima dello studio), e hanno visto che continuavano a comparire i segni del DPTS. In particolare, un genitore su due mostrava i sintomi del disturbo, con un’intensità medio-grave.
«Speriamo che i risultati delle nostre ricerche - spiega Melissa Alderfer, una delle autrici dello studio - aiutino madri e padri a capire che è normale avere disturbi da stress come reazione alla malattia dei loro figli. I genitori sono veri e propri pazienti invisibili, e devono prendersi cura di se stessi, in modo da poter aiutare meglio i loro bambini. Anche quando la terapia ha successo - continua Melissa Alderfer - c'è sempre la paura di una recidiva. E' necessario quindi allargare l'esame psicologico dei genitori, comprendendo anche i traumi da stress».
Il DPTS si manifesta con insonnia, un'eccessiva sudorazione, vertigini, tachicardia, necessità continua di farsi rassicurare, e altri sintomi (variabili) che, come dicevamo, si ritrovano anche nelle persone che escono da situazioni estreme (oltre alla guerra e ai disastri naturali, anche gravi incidenti stradali, o episodi violenti). Anche una diagnosi di cancro per il proprio figlio, il vederlo soffrire, l'emergenza ospedaliera, gli effetti collaterali, la morte di altri pazienti, sono condizioni assimilabili, secondo i medici, a questi eventi così traumatici.
martedì, aprile 11, 2006
Tumore al Seno
E’ sempre più difficile parlare di cancro della mammella senza parlare di ormoni, in parte perché una delle conseguenze della terapia sostitutiva più citata, e spesso anche a sproposito, era proprio l’aumento del rischio relativo di questa malattia (un 35-40% in più), in parte perché alcuni dei farmaci oggi più spesso impiegati sono sostanze che interferiscono, in modo diverso, con i meccanismi ormonali. E, giova specificarlo, quando si parla di ormoni si parla di estrogeni e progestinici. Un dato da tenere presente è che, nelle donne in post-menopausa colpite dal tumore, si riscontrano, nel tessuto mammario, livelli di estrogeni molto superiori alla norma e superiori comunque a quelli degli estrogeni circolanti (ovviamente, visto che la produzione ovarica non c’è più) prodotti principalmente dal tessuto adiposo. Inoltre, il 70% dei tumori alla mammella è definito ormonosensibile, e lo si stabilisce dalla presenza nelle cellule neoplastiche dei recettori per gli estrogeni (ER).
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