Informazione scientifica sull'oncologia e la psiconcologia A cura dal Dr. Massimiliano Zisa, Ipnotista, Psicologo e Psicoterapeuta Firenze.
sabato, maggio 20, 2006
Efficaci antitumorali
Il National Cancer Institute (NCI, Istituto Nazionale dei Tumori), componente del National Institutes of Health (Istituto Nazionale di Salute) negli Stati Uniti, rappresenta la principale agenzia federale di ricerca sul cancro. Negli anni Cinquanta alcuni ricercatori scoprirono nel Catharanthus roseus, una pianta del Madagascar, due sostanze che si rivelarono fondamentali nella lotta alle leucemie: la vincristina e la vinblastina.
Dal Podophyllum peltatum, inoltre, venne isolata la podofillina, ad attività antitumorale. Sin dal 1960 la Natural Product Branch (NPB), branca del Developmental Therapeutics Program (Programma di Sviluppo delle Terapie) del National Cancer Institute, iniziò un programma di ricerca sistematica di sostanze farmacologiche ad attività antitumorale derivate, in particolare, da piante medicinali, da organismi marini presenti anche sulla colorata barriera corallina e da altri microrganismi. Attualmente, l'NCI-Natural Products Repositor, immagazzina più di 170.000 estratti provenienti da oltre 70.000 piante e 10.000 organismi marini, così come 30.000 estratti di diversi batteri e funghi.
Questo immenso "deposito" viene considerato, a tutt'oggi, una fonte di nuovi composti farmacologici da aggiungere ad altri 500.000 che è possibile "immaginare" derivare dalla Roadmap Molecular Library (la biblioteca molecolare) del National Cancer Institute. Numeri enormi e tra il 1960 e il 1981 l'NCI, in collaborazione con l'United State Department of Agriculture (USDA) ha valutato ben 114.000 estratti provenienti da 35.000 piante, raccolte principalmente nelle zone temperate, individuando, partendo da studi etnobotanici, alcune sostanze antitumorali derivate da varie specie di Taxus (alberi appartenenenti alla famiglia delle Taxacee). Dal Taxus del Pacifico (Taxus Brevifolia) si iniziò, successivamente, ad estrarre, taxolo, sostanza antitumorale utilizzata nel tumore del seno, sul cancro a cellule non piccole del polmonare, nel sarcoma di Kaposi.
Dal 1986 l'NCI che ha stabilito programmi di collaborazione con le istituzioni locali ha incentrato, però, le sue ricerche nelle regioni subtropicali e tropicali e nel 1988 ha iniziato, inoltre, la sistematica ricerca di sostanze utilizzabili nella lotta all'AIDS. Dall'agosto del 1993, 21.881 estratti, derivati da oltre 10.500 campioni catalogati, sono stati testati per la loro attività contro il virus HIV (2320 estratti da piante).
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venerdì, maggio 05, 2006
Formazione Oncologica
L'atteggiamento di base è di totale empatia verso le difficoltà nel gestire una professione che porta a continuo contatto con la sofferenza.
Il presupposto centrale è che per erogare un servizio di qualità che riconosca e rispetti i bisogni relazionali emotivi ed esistenziali del paziente sia indispensabile in modo proporzionale riconoscere gli stessi bisogni nell'operatore.
“Chi si prende cura dell'oncologo?” è la domanda da cui parte questo intervento teso a diminuire il rischio di burn out dal forte impatto sulla qualità del lavoro di reparto e ad aumentare la soddisfazione sul lavoro.
Lavorando con un gruppo ristretto di soli medici in una serie di incontri distribuiti nel tempo, l'oncologo viene accompagnato in un percorso di esplorazione della propria identità professionale con lo scopo di sostenerlo e affiancarlo nella ricerca di una strategia coerente con cui porsi di fronte alla malattia e alla sofferenza che incontra sul lavoro.
In linea con i principi di Suono e Silenzio, questo viene fatto affrontando in maniera metodica ed approfondita il forte impatto emotivo insito nella professione.
In particolare viene fornita all'oncologo una metodologia ed un protocollo adeguati alla comunicazione ad alto contenuto emotivo, che tiene conto del linguaggio verbale e non verbale. Parte del corso è quindi dedicato a “come comunicare cattive notizie”.
Riconoscendo l'impatto che la comunicazione col paziente ha su di lui, il medico impara ad identificare le proprie tendenze, a sviluppare le proprie capacità di ascolto, a gestire al meglio i propri punti di forza, a proteggersi nei propri punti deboli.
Il gruppo viene valorizzato come risorsa centrale. Un significativo effetto collaterale di questo percorso formativo e la maggiore intimità che si crea nel gruppo di colleghi.
Il progetto viene articolato in modo da adeguarsi alle richieste delle singole realtà, ponendo accenti diversi sulle diverse problematiche a seconda delle esigenze.
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lunedì, aprile 17, 2006
Disturbi psicologici e Cancro
I disturbi legati all'evento cancro
Il trattamento psicoterapeutico del malato neoplastico rappresenta un significativo aspetto di ogni efficace ed umano programma terapeutico in oncologia, che tiene conto dei numerosi stress che tale malato deve affrontare e degli adattamenti inattesi che si susseguono in ogni fase della malattia, dalla fase diagnostica a quella terapeutica, a quella della remissione, a quella di un' eventuale aggravarsi della malattia o di una recidiva.( Freyberger, 1983)
Innanzi tutto è indispensabile un'opera di informazione e sensibilizzazione circa l'importanza della reazione alla malattia. essa infatti in certe circostanze può assumere un carattere psicopatologico è può influenzare negativamente il corso della malattia "fisica". Inoltre risulta importante valutare lo stato psicologico del paziente e prenderlo in considerazione nelle decisioni riguardanti le terapie mediche più appropriate alle sue condizioni. assicurando allo stesso la possibilità di ricevere un aiuto psicologico in caso di bisogno. Tale aiuto si rivela fondamentale sia per affrontare e gestire gli eventi stressanti a cui il paziente è sottoposto durante l'intero arco della malattia sia per il possibile ruolo che fattori di natura emozionale possono avere sul decorso, e quindi sulla prognosi della malattia. Per quanto concerne il primo punto e stato osservato che l'evenienza della comparsa di disturbi psichiatrici clinicamente rilevati nei pazienti di cancro è tutt'altro che rara, (Chiari e Nuzzo 1992). Gli stati confusionali, l'ansia e la depressione si collocano chiaramente nella nosologia psichiatrica classica. I Pazienti neoplastici, sono sottoposti a notevoil stress, vivono stati emotivi drammatici, e tendono spesso ad enfatizzare comuni stati d'animo, quali l’irritazione ed il dolore ( Hinton, 1983).
Negli anni più recenti la maggiore sensibilizzazione verso la rilevazione dei disturbi psichici associati alla malattia somatica ha condotto a più frequenti richieste di intervento. In effetti il problema è stabilire quanto queste reazioni rientrino in un range di normalità e quanto, invece, valicano la soglia di “disturbo” diventando di interesse psichiatrico, (Massie e Holland, 1990)
La psicologia oncologica si è occupata molto di questi aspetti con varie ricerche, evidenziando e classificando i problemi maggiori. Il disturbo più frequente è la depressione sia endogena che reattiva (Pancheri e Biondi 1987 ) ma non è rara la comparsa di quadri tipo sindrome cerebrale organica mentre sono poco frequenti le forme psicotiche e il suicidio (Levine, Silberfarb, et al; 1978).
La depressione
L'incidenza di disturbi di tipo depressivo associata alla patologia neoplastica è alta, ma nei diversi studi varia in modo comprensibile in rapporto ai criteri e alla modalità e agli strumenti con cui viene rilevata. Derogatis e collaboratori in uno studio condotto nel 1983 osservano che il 47% dei pazienti con cancro esaminati presentavano dei disordini psichiatrici clinicamente rilevabili, questa percentuale veniva recentemente confermata usando l' Hospital Anxiety and Depression Scale da uno studio condotto da Carrol, Kathol ed altri (1993). Secondo Peck 1972 la depressione affettiva è riscontrabile nel 74% dei soggetti
Endicott (1984) fa notare comunque come sia possibile una sovrastima della prevalenza della depressione dovuta all'attribuzione del quadro depressivo di sintomi somatici che possono essere legati al disturbo organico, ma Buckberg, Penman e Holland (1984), non considerando ai fini diagnostici i sintomi somatici, concludono che una depressione di una certa gravità è presente nel 43% dei soggetti con neoplasia. La depressione quindi è un'evenienza molto più frequente nei malati di cancro che non in altre malattie mediche gravi in cui è presente dal 22% al 33% (Fava, 1982)
La depressione dei pazienti neoplastici appare come un disturbo dell'umore in cui il nucleo depressivo è centrato sui sintomi di inerzia, marcata inibizione e stati di solitudine, di hopeless definita da Greene (1989) come pensieri e sentimenti negativi circa il proprio futuro.
Questo disturbo depressivo quanto a caratteri clinici si avvicina maggiormente ai quadri definiti di tipo situazionale, reattivo o nevrotico, ad andamento protratto nel tempo, scarsamente reagenti alle terapie antidepressive, farmacologiche e in rapporto a disturbi di personalità del soggetto (Chiari e Nuzzo 1992)
Uno studio recente condotto su persone che frequentavano un istituto di radiologia oncologica ha segnalato che 2/3 circa del gruppo lamentavano astenia, 1/3 aveva qualche problema gastrointestinale e nel 40% dei casi si verificavano effetti collaterali, l'80% circa si sentiva depresso, l'8% ebbe impulsi suicidi e qualcuno dichiarò che avrebbe voluto essere assistito meglio.
L’ ansia
Peck (1972 )su uno studio di 50 persone affette da cancro, afferma che soltanto uno dei 50 non risultò ansioso, 22 lo erano in forma grave, 19 moderatamente e 8 lievemente. Ben 37 pazienti erano depressi, 5 in forma grave e 16 moderatamente, 18 di loro soffrivano di sensi di colpa pensando di avere contribuito personalmente allo sviluppo della malattia, 22 si dimostrarono irritati, uno stato d'animo di solito collegato a quello ansioso in tale rilevamento. Chesser e Anderson (1975) hanno intervistato prima e dopo l'intervento alcune donne portatrici di nodulo mammario. In fase iniziale l'ansia era comune a tutte, dopo la scoperta del nodulo al seno le pazienti avevano effettuato diverse visite i cui esiti si erano fatti man mano sempre meno equivoci e al momento della richiesta di un loro consenso scritto per l'intervento avevano ricevuto più chiare informazioni sia a proposito della loro malattia che delle conseguenze legate alla terapia chirurgica, ad intervento avvenuto le donne la cui lesione era benigna uscivano dall'ospedale di lì a poco, contente conservando per ricordo soltanto una piccola incisione bioptica ben suturata; le altre, ora sicure della malignità insita in quel nodulo, avevano facce tristi e scure, alcune di loro di informarono del risultato espresso dal referto bioptico e della diagnosi accettando le risposte fornite loro senza chiedere altro al momento. È possibile che quando una persona si senta seriamente minacciata metta in atto un meccanismo di difesa come la negazione per poter far fronte alla situazione che si presenta come molto ansiosa.
Nel riportare uno studio Jelich et al (1993) fanno notare che contro ogni previsione delle donne che si dovevano sottoporre ad un intervento chirurgico per asportare un cancro sospettato maligno avessero un livello di ansia molto basso: al di sotto della popolazione normale questo fa ipotizzare agli autori come fosse in atto un meccanismo di negazione in queste donne, ultima ed unica risorsa per controllare l’ansia.
Inoltre sembra che questa ansia permanga anche dopo un lungo tempo che le pazzienti sono state dimesse dall’ ospedale e vada ad inficiare diverse dimensioni della vita.
Morris et al (1977) in uno studio misurarono l’adattamento psicologico in donne operate di tumore al seno con differente prognosi, e trovarono che: il 46% delle pazienti risultavano stressate a 3 mesi dall’intervento mentre a 1 anno la percentuale si riduceva ma restava sempre del 25%. queste donne erano ancora preoccupate per l’ esito della mastectomia e tale risultato non migliorò neanche dopo 2 anni.
Maguire, Lee et al. (1978)in uno studio simile riportano che a 1 anno dall’intervento le loro pazienti nella misura del 25% vivevano in uno stato ansioso o depresso a differenza del gruppo di controllo (casi benigni) in cui tali disturbi erano presenti solo nel 10% nel gruppo sperimentale poi 1/3 delle pazienti aveva interrotto ogni attività sessuale contro l’ 8% del controllo.
Halttunen (1992) segnala come la sensazione di essere guarite sia significativamente correlata all’assenza di limitazioni dovute ai postumi della malattia, nelle normali attività giornaliere, e nella vita di tutti i giorni, e come ci fosse una relazione nelle donne che avevano ripreso delle buone relazioni sociali anzi le avevano migliorate dopo l’ evento canceroso e la sensazione che il cancro le avesse in qualche modo “maturate”. Anche in questo studio viene fatto notare come il 50% delle pazienti dopo otto anni dall’ intervento avessero ancora delle forti preoccupazioni verso un’ eventuale ricaduta.
La compliance:
Il concetto di compliance, è stato introdotto nel 1972 e non in campo oncologico per caratterizzare il fenomeno della aderenza alle terapie. Essa viene definita da McMaster (1972) «aderenza, da parte del malato, alle prescrizioni mediche includendo in ciò, i farmaci, gli esami di laboratorio, i controlli clinici e quanto altro attenga alla cura della malattia».
La compliance è uno degli aspetti più importanti della pratica medica, per rilevanza statistica e conseguenze pratiche (Gianfriglia 1995) in effetti è stato dimostrato come i procesi di negazione e di diniego possono favorire il ritardo diagnostico e compromettere, l’ adesione del paziente con i trattamenti e con i controlli di follow-up.(Goldberg,1983; Green, 1983; Lewis, et al., 1983; Tarnaroff, et al., 1992; Costantini et al.,1993)
Meerwein (1989) afferma « é poco probabile che l’ ulteriore crescita di un tumore maligno ormai manifesto sia determinata soltanto dalle sue particolarità cinetico -cellulari e sia quindi del tutto indipendente dalla reazione del soggetto malato. La grande diversità dei tempi di sopravvivenza pure nel caso di un tipo di tumore identico sotto il profilo istologico, avente la stessa localizzazione, diagnosticato allo stesso stadio iniziale e sottoposto ad uguale terapia, inficia l’ ipotesi di uno sviluppo completamente autonomo.».
E stato dimostrato in effetti che a parità di certe condizioni cliniche e di terapie effettuate, i meccanismi di difesa posti in atto dal paziente, incidono sul decorso e quindi sulla prognosi della malattia e sul reinserimento nella vita di tutti i giorni. (Stoll, 1979; Mc Guire, 1979). Tali meccanismi inoltre entrano in gioco gia nel momento della scoperta di eventuali segnali premonitori.
Negli anni 30, in un gruppo di donne statunitensi che si erano accorte di avere un nodulo mammario, il 57% non aveva consultato il medico nei primi 3 mesi seguenti alla scoperta fatta.(Pack & Gallo, 1938). Altri studi condotti negli anno '50 e '60 fornirono le seguenti percentuali, sempre riferite alla scadenza dei 3 mesi: il 64% in Canada (Henderson & Al.,1958), il 62% in Inghilterra (Aitken-Swan, & Paterson, R. 1955), ed il 70% in Scozia (Henderson, 1966). Alcuni più recenti lavori hanno invece segnalato che solo il 23% (Cameron & Hilton, 1968) ed il 33% (Greer, 1974) delle donne colpite dal carcinoma aveva dilazionato il consulto medico oltre i 3 mesi.
La nausea e il vomito anticipatorio
In oncologia un fenomeno molto noto ed estremamente comune nei pazienti sottoposti a chemioterapia e lo sviluppo di una serie di sintomi, caratterizzati dalla comparsa di effetti collaterali della terapia con antiblastici, in particolare nausea e vomito associati a un marcato stato d’ansia prima della somministrazione dei farmaci.
Alla base di questo problema ci sarebbe secondo alcuni autori un fenomeno di condizionamento psicofisiologico che tenderebbe a mantenersi nel tempo e il semplice ricordare o immaginare la chemioterapia può reindurre la comparsa di nausea (Reed, Dadds 1993)
Questo fenomeno colpisce una percentuale di pazienti che gli studi tendono ad indicare tra il 20% e il 70% (Burish e Carey, 1986; Morrow, 1988; Carey, 1988 ).
I fattori che più sono associati alla comparsa di nausea e vomito anticipatorio sono secondo Morrow e Dobkin (1988) i seguenti
Tale disturbo si presenta prevalentemente in due maniere differenti: 1) può essere evocato in maniera diretta da stimoli visivi (Flebo, ambiente ospedaliero, infermiere) od olfattivi (odori dei disinfettanti) 2) può venire elicitato da immagini mentali legate al ciclo chemioterapeutico e si presenta di norma per l’intera giornata antecedente la somministrazione (Lesko 1989)
I 2/3 delle 38 donne intervistate da Lang ed collaboratori (1983) le quali a causa di un carcinoma mammario erano state sottoposte a chemioterapia con gravi effetti collaterali, retrospettivamente hanno sviluppato un atteggiamento positivo nei confronti della terapia e se necessario si sottoporrebbero nuovamente ad un analogo trattamento. Gli autori però raccomandano di offrire a queste pazienti un’ adeguata assistenza psicologica che induca una dettagliata informazione sulle possibilità di cura in relazione allo stadio della malattia e dell’età.
Il dolore
L' incidenza di sindromi dolorose associate al cancro varia dalla presenza di dolore moderato o intenso nel 15% dei pazienti con tumori maligni non metastatici (Daut e Cleeland, 1982) al 60-90% dei pazienti con cancro in fase avanzata, (Cleeland 1984).
Le cause di tali sintomi dolorifici possono essere fatte risalire per una percentuale del 77% a invasione o compressione tumorale, per il 19% come conseguenze di terapie oncologiche specifiche ed per un 3% a cause indipendenti sia dal tumore che dalle terapie (Satta, 1989)
È importante sottolineare come, attualmente il sintomo dolore sia interpretato in una prospettiva più complessa che non quella di evento esclusivamente nociocettivo, infatti il dolore come ogni stimolo o configurazione di stimoli mette in moto tre sistemi dell'organismo. Il sistema sensoriale modale specifico legato all'analisi della modalità dello stimolo, il sistema aspecifico di eccitazione, e il sistema di connotazione emozionale.( Ruggieri, 1987).
Il dolore è dunque un fenomeno multidimensionale, le sue manifestazioni cambiano da individuo a individuo, in base a fattori culturali, educativi, cognitivi, emozionali (Satta, 1989). Per esempio Spiegel e Bloom in un loro studio (1983) documentarono l'influenza dell'umore e dei fattori cognitivi sul dolore. Allora uno stato dell'umore orientato in senso depressivo può favorire una riduzione della soglia per stimoli algogeni, cosi come interventi mirati a migliorare tali stati disforici possono avere degli effetti positivi su sintomatologie dolorose.
giovedì, aprile 13, 2006
I genitori, quei «pazienti invisibili»
I risultati di uno studio pubblicato sul Journal of family psychology 1° parte Quasi tutte le coppie con un bambino colpito da tumore soffrono di una sindrome psicologica chiamata disturbo post-traumatico da stress. | |
A queste conclusioni sono arrivati alcuni ricercatori del Children's hospital di Philadelphia (Stati Uniti), che hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sul Journal of family psychology, dopo avere tenuto sotto osservazione 119 madri e 52 padri durante la cura dei loro bambini. Tutti i genitori, tranne uno, mostravano i segni del disturbo post-traumatico da stress. Ma i medici del Children’s hospital hanno tenuto sotto controllo anche altre 98 coppie, questa volta di genitori di adolescenti sopravvissuti al cancro (che avevano concluso le terapie circa cinque anni prima dello studio), e hanno visto che continuavano a comparire i segni del DPTS. In particolare, un genitore su due mostrava i sintomi del disturbo, con un’intensità medio-grave.
«Speriamo che i risultati delle nostre ricerche - spiega Melissa Alderfer, una delle autrici dello studio - aiutino madri e padri a capire che è normale avere disturbi da stress come reazione alla malattia dei loro figli. I genitori sono veri e propri pazienti invisibili, e devono prendersi cura di se stessi, in modo da poter aiutare meglio i loro bambini. Anche quando la terapia ha successo - continua Melissa Alderfer - c'è sempre la paura di una recidiva. E' necessario quindi allargare l'esame psicologico dei genitori, comprendendo anche i traumi da stress».
Il DPTS si manifesta con insonnia, un'eccessiva sudorazione, vertigini, tachicardia, necessità continua di farsi rassicurare, e altri sintomi (variabili) che, come dicevamo, si ritrovano anche nelle persone che escono da situazioni estreme (oltre alla guerra e ai disastri naturali, anche gravi incidenti stradali, o episodi violenti). Anche una diagnosi di cancro per il proprio figlio, il vederlo soffrire, l'emergenza ospedaliera, gli effetti collaterali, la morte di altri pazienti, sono condizioni assimilabili, secondo i medici, a questi eventi così traumatici.
martedì, aprile 11, 2006
Tumore al Seno
E’ sempre più difficile parlare di cancro della mammella senza parlare di ormoni, in parte perché una delle conseguenze della terapia sostitutiva più citata, e spesso anche a sproposito, era proprio l’aumento del rischio relativo di questa malattia (un 35-40% in più), in parte perché alcuni dei farmaci oggi più spesso impiegati sono sostanze che interferiscono, in modo diverso, con i meccanismi ormonali. E, giova specificarlo, quando si parla di ormoni si parla di estrogeni e progestinici. Un dato da tenere presente è che, nelle donne in post-menopausa colpite dal tumore, si riscontrano, nel tessuto mammario, livelli di estrogeni molto superiori alla norma e superiori comunque a quelli degli estrogeni circolanti (ovviamente, visto che la produzione ovarica non c’è più) prodotti principalmente dal tessuto adiposo. Inoltre, il 70% dei tumori alla mammella è definito ormonosensibile, e lo si stabilisce dalla presenza nelle cellule neoplastiche dei recettori per gli estrogeni (ER).
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